Contro ogni previsione, non sarà OpenAI di Sam Altman e nemmeno SpaceX di Elon Musk a mettere sul mercato il primo smartphone basato su un agente AI. A prendersi questo primato ci pensa la cinese nubia, con una conferma ufficiale arrivata da Ni Fei, vicepresidente senior e presidente della divisione Mobile Devices di ZTE, ex casa madre e oggi società associata al marchio. Un annuncio che rimescola un po’ le carte in un settore dove tutti si aspettavano mosse diverse.
Per vedere il dispositivo dal vivo non servirà pazientare troppo. La presentazione ufficiale è fissata durante l’evento WAIC, la World Artificial Intelligence Conference in programma a Shanghai dal 17 al 20 luglio. Nel giro di una decina di giorni, insomma, ci saranno dettagli concreti. Intanto qualche indiscrezione è già filtrata, mentre restano ancora avvolti nel mistero il prezzo e l’eventuale sbarco in Occidente.
Le fonti puntano su un possibile successore di nubia M153, modello mostrato mesi fa al Mobile World Congress 2026 di Barcellona. Sotto la scocca ci sarebbero uno Snapdragon 8 Elite di Qualcomm, 16 GB di RAM, 512 GB di memoria interna e l’assistente Doubao per l’intelligenza artificiale, sviluppato insieme alla connazionale ByteDance, la stessa che sta dietro TikTok. Il debutto in anteprima ed edizione limitata alla fine dello scorso anno ha visto sfumare un lotto da 30.000 unità in meno di ventiquattro ore.
Cosa cambia rispetto a uno smartphone normale
La differenza vera sta nell’agente AI integrato. Un sistema del genere capisce comandi dati in linguaggio naturale ed esegue azioni da solo, saltando da un’app all’altra quando serve per portare a termine un compito. Un esempio pratico rende l’idea meglio di mille spiegazioni. Chi vuole comprare un prodotto potrebbe lasciar fare tutto al telefono, dalla ricerca online alla verifica della disponibilità, dal confronto dei prezzi sui vari store fino all’ordine e al pagamento sull’e-commerce. Il tutto senza mai muovere un dito.
Una prospettiva che per alcuni è la naturale evoluzione del mobile, per altri motivo di parecchia diffidenza. Il timore che qualcosa vada storto ha le sue ragioni. Perché funzioni, un meccanismo simile deve appoggiarsi a un’architettura dedicata e a modelli ottimizzati apposta. Potrebbe anche non servire dialogare con le API delle singole applicazioni, purché l’intelligenza artificiale riesca a leggere quanto compare sullo schermo e agire di conseguenza.
Su questo fronte ZTE ha già in mano una tecnologia proprietaria chiamata Co-Claw, pensata proprio per questo scopo. Al momento dell’annuncio era stata descritta come pensata soprattutto per l’ambito business, capace di inserirsi nell’intero flusso di lavoro d’ufficio, nella ricerca e sviluppo e nelle operazioni, con l’obiettivo di far crescere l’efficienza aziendale nel suo complesso. Il dubbio ora è capire se lo smartphone di nubia in arrivo al WAIC porterà qualcosa di simile, ma tarato sul segmento consumer.
