Quella che esce dal rubinetto di casa viene considerata sicura per legge, eppure sulla qualità dell’acqua potabile si sta aprendo un dibattito scientifico che merita attenzione. In occasione della Giornata Mondiale della Salute, Greenpeace ha sollevato una questione tutt’altro che marginale: i nitrati presenti nell’acqua che milioni di persone bevono ogni giorno rappresenterebbero un rischio concreto per la salute anche a concentrazioni ben al di sotto dei limiti fissati dalla legge. E qui sta il punto: quegli stessi limiti risalgono a quasi trent’anni fa, e la scienza nel frattempo è andata parecchio avanti.
Il quadro normativo attuale prevede che sia l’Unione Europea sia l’Organizzazione Mondiale della Sanità considerino sicura una concentrazione fino a 50 mg/L di nitrati nell’acqua potabile. Questo standard venne introdotto nel 1998 con un obiettivo specifico: prevenire la cosiddetta “sindrome del bambino blu”, una condizione che causa scarsa ossigenazione del sangue e un cambiamento del colore della pelle nei neonati. Una soglia pensata, quindi, per un problema preciso. Ma le conoscenze scientifiche si sono evolute, e oggi un gruppo internazionale di esperti raccomanda di abbassare drasticamente quel valore fino a soli 6 mg/L, per ridurre il rischio di tumore del colon retto. Non proprio un dettaglio trascurabile.
L’agricoltura intensiva e il caso italiano
Ma da dove arrivano tutti questi nitrati nell’acqua potabile? La risposta è piuttosto chiara: circa l’80% dell’azoto che contamina le acque europee ha origine nell’agricoltura, tra fertilizzanti minerali e reflui derivanti dagli allevamenti intensivi. Un problema strutturale, legato a un modello produttivo che immette quantità enormi di sostanze azotate nel terreno, le quali poi filtrano fino alle falde acquifere.
La situazione in Italia presenta numeri che fanno riflettere. Il valore medio nazionale di nitrati nell’acqua si attesta sui 18,88 mg/L, secondo dati Eurostat del 2023. A prima vista potrebbe sembrare un dato rassicurante, dato che resta ben sotto il limite legale di 50 mg/L. Però c’è un problema: circa l’11,7% delle stazioni di monitoraggio supera già quel tetto. E se si applicassero i nuovi parametri suggeriti dalla comunità scientifica, con il limite portato a 6 mg/L, oltre la metà delle fonti monitorate nel nostro Paese risulterebbe fuori norma.
Standard vecchi di quasi trent’anni e nuove evidenze
Quello che emerge da questa vicenda è un disallineamento evidente tra ciò che la scienza oggi conosce sui rischi dei nitrati nell’acqua potabile e ciò che le normative continuano a tollerare. Gli standard di sicurezza attuali furono concepiti in un contesto diverso, con obiettivi diversi, e da allora le ricerche hanno messo in luce correlazioni significative tra esposizione prolungata ai nitrati e patologie gravi. Il monito lanciato da Greenpeace si fonda proprio su queste evidenze: non si tratta di allarmismo, ma di dati pubblicati dalla comunità scientifica internazionale che chiedono un aggiornamento dei limiti normativi. E la distanza tra i 50 mg/L attualmente consentiti e i 6 mg/L raccomandati dagli esperti dà la misura di quanto quell’aggiornamento potrebbe essere radicale, soprattutto per un Paese come l’Italia dove l’agricoltura intensiva continua a rappresentare la principale fonte di contaminazione delle acque.