I nanorobot magnetici potrebbero diventare una delle armi più promettenti contro le lesioni del midollo spinale, una di quelle aree del corpo che da sempre i medici trattano con le pinze. Il motivo è semplice: quando il midollo si danneggia, si formano cicatrici che bloccano la ricrescita dei nervi, e questo rende quasi impossibile recuperare i movimenti perduti. Eppure qualcosa si sta muovendo, e arriva proprio da milioni di piccolissimi robot caricati con cellule staminali.
La medicina rigenerativa, quando segna un punto, porta sempre con sé una boccata d’aria per tante persone che convivono con condizioni invalidanti. E in questo caso non si parla di promesse campate in aria, ma di esperimenti già finiti sotto la lente del laboratorio. Niente proclami trionfalistici, sia chiaro. Però i primi segnali fanno ben sperare.
Come funzionano questi minuscoli robot
I dispositivi al centro dello studio, pubblicato sulla rivista Nature Materials, hanno dimensioni che lasciano un po’ a bocca aperta. Parliamo di appena sei micrometri di larghezza, una misura più piccola persino di un globulo rosso. Per rendere l’idea, sono talmente minuscoli che servirebbe un microscopio per coglierne la forma. Questi nanorobot vengono guidati attraverso il corpo grazie al magnetismo, e proprio questa caratteristica permette di portarli con precisione dove serve, cioè nella zona danneggiata del midollo spinale.
L’idea di fondo è affascinante quanto concreta. I robot trasportano le cellule staminali fino al punto della lesione, e una volta arrivati a destinazione fanno da impalcatura per la riparazione dei tessuti nervosi. È un approccio che sembra uscito da un film di fantascienza, ma che invece ha già passato la fase dei primi test pratici.
I risultati sui topi e cosa raccontano
Per ora le sperimentazioni sono state condotte soltanto sui topi, quindi è ancora presto per parlare di applicazioni sull’uomo. Detto questo, i numeri raccontano una storia interessante. Grazie a questa tecnica le prime cellule nervose hanno ricominciato a connettersi tra loro in meno di un mese. E non si tratta solo di un dato da laboratorio fine a sé stesso: a quel recupero è corrisposto un netto miglioramento nei movimenti degli animali trattati.
Un mese è un tempo sorprendentemente breve, se si pensa a quanto sia ostico intervenire su quest’area. Le cicatrici che normalmente fanno da muro alla ricrescita dei nervi sembrano insomma poter essere aggirate, almeno in parte, con l’aiuto di questi robot magnetici. La medicina rigenerativa trova così un alleato inaspettato in dispositivi così piccoli da risultare quasi invisibili.
Resta tutto il percorso che separa un esperimento sui roditori dalla pratica clinica, e quella distanza non è mai banale. Ma vedere le cellule nervose tornare a dialogare in così poco tempo è uno di quei risultati che fanno alzare la testa ai ricercatori. La strada è lunga, eppure il primo passo, quello più difficile, sembra essere stato fatto sul serio.