C’è un numero che colpisce più di ogni altro quando si parla del lato oscuro delle multinazionali europee: tra il 2000 e il 2020, il 98% delle grandi imprese monitorate è finito coinvolto in almeno un presunto abuso dei diritti umani o ambientali. A raccoglierlo nero su bianco è Brave, il primo database europeo open science che ha messo ordine in 4.314 casi riguardanti 83 tra le maggiori aziende quotate, attive in 145 paesi. Per estensione temporale, copertura geografica e dettaglio nella classificazione, in Europa non esiste niente di simile a disposizione del pubblico.
Wired Italia ha analizzato questo strumento e ha intervistato chi lo ha ideato e coordinato, Elisa Giuliani e Federica Nieri dell’Università di Pisa, all’interno del progetto europeo Rebalance. Quello che ne esce è una mappa degli abusi che cambia parecchio da un settore all’altro, sia per il tipo di violazione sia per chi finisce nel mirino.
Tecnologia e automotive, due facce dello stesso problema
Nel comparto tecnologico i casi documentati sono 209. Il 23% riguarda lo sfruttamento lavorativo e il 12% restrizioni delle libertà fondamentali, distribuite quasi a metà tra comunità locali (45%) e lavoratori (44%). Il coinvolgimento diretto delle imprese compare nel 32% dei casi, mentre solo il 17% delle vicende ha avuto un seguito legale. “La Cina è l’hotspot principale, perché concentra produzione e subfornitura in un contesto con tutele sindacali deboli e accesso limitato alle informazioni”, spiega Nieri. “Questo rende più probabili violazioni sistemiche e più difficile accertarne le responsabilità”. Subito dopo, tra le aree più colpite, c’è la Repubblica Democratica del Congo per l’estrazione di materie prime critiche destinate all’elettronica.
Giuliani insiste sulla struttura delle filiere globali: “Quando si scende ai livelli più bassi della supply chain, la governance diventa opaca. Le imprese capofila adottano codici etici e protocolli di responsible sourcing, ma il controllo effettivo sui subfornitori resta frammentario”. E aggiunge un dettaglio che vale la pena rileggere: “La digitalizzazione ha ampliato le possibilità di controllo e sorveglianza, e non solo nei paesi autoritari. E le imprese non sono attori neutrali”.
Nell’automotive i casi censiti salgono a 299. Il 31% riguarda impatti ambientali negativi, un dato che secondo Nieri “stride con la narrazione della mobilità sostenibile”. Inquinamento atmosferico, danni alla biodiversità, consumo di risorse idriche, emissioni climalteranti. Qui le comunità rappresentano il 57% delle vittime, con il focus geografico su Sudafrica, Paraguay, Brasile e di nuovo Repubblica Democratica del Congo. La durata media delle violazioni è di 7 anni, concentrata tra il 2010 e il 2020, “proprio negli anni in cui cresce la pressione pubblica sul clima”, osserva Giuliani. “È la dimostrazione di come la trasformazione industriale, se non accompagnata da regole stringenti, può generare nuovi conflitti ambientali”.
Telecomunicazioni e transizione verde, dove finiscono le comunità
Nel settore Ict e telecomunicazioni i casi sono 203. In testa restrizioni e intimidazioni (25% ciascuna), poi diritti del lavoro (10%), violenza e molestie (8%), displacement e discriminazione (7% a testa). Le comunità locali sono la maggioranza delle vittime (58%), seguite da lavoratori e sindacalisti (26%) e da attivisti e giornalisti (9%). Il coinvolgimento diretto è del 53%, ma solo nel 16% dei casi è arrivato un seguito legale. “I nodi principali qui sono sorveglianza e controllo dei dati”, spiega Giuliani. “Le aziende forniscono infrastrutture che possono rafforzare diritti e accesso all’informazione, ma anche abilitare sistemi di monitoraggio pervasivo”. Nieri aggiunge la questione regolatoria: “Le violazioni dei diritti digitali sono difficili da contestare in tribunale”.
Il gruppo più corposo è quello della transizione verde, con 646 casi. La voce principale sono gli impatti ambientali negativi (32%), poi danni sanitari (19%), spostamenti forzati (9%) e privazione della vita (8%). Le comunità qui pesano per il 79% delle vittime. Il coinvolgimento diretto delle imprese arriva al 68%, con una concentrazione di controversie nelle aree ricche di risorse naturali, “dove miniere, impianti e reti energetiche generano tensioni su uso del suolo, acqua e biodiversità”, spiega Nieri. Giuliani avverte: “La transizione è necessaria, ma non è automaticamente giusta. Senza meccanismi di consultazione e compensazione, si rischia di riprodurre schemi estrattivi già visti nei settori fossili”.
La ricerca non si ferma a contare. Prova a leggere gli abusi come fenomeni strutturali, legati ai modelli di business e alla qualità delle istituzioni nei paesi ospitanti. Circa il 95% dei casi si registra fuori dall’Europa. “L’Europa è uno spazio più regolamentato”, nota Giuliani, “ma questo ci dice anche che le imprese europee esternalizzano rischi e impatti verso contesti con minori tutele”. Brave distingue tra responsabilità diretta e indiretta, includendo solo i casi con un collegamento documentato con la capogruppo. Un criterio prudente, che secondo le ricercatrici rende il dataset probabilmente sottostimato.
Solo una minoranza dei casi è poi arrivata in tribunale. “La maggior parte resta a livello di denuncia pubblica o di campagna delle ong”, spiega Giuliani. La pressione reputazionale qualche effetto lo produce, ma “non può sostituire la regolazione”. Chiuso il finanziamento europeo, le ricercatrici stanno valutando l’intelligenza artificiale per aggiornare il database in modo semi automatico, addestrando modelli sui casi già classificati. Giuliani resta cauta: “La classificazione degli abusi richiede interpretazione. Non sappiamo fino a che punto un algoritmo possa cogliere queste sfumature”. I dati restano accessibili a tutti. “Vogliamo offrire uno strumento di accountability”, conclude Nieri. “Ricercatori, giornalisti, cittadini e decisori politici possono usarlo per interrogare imprese e istituzioni. La trasparenza non risolve tutto, ma è la condizione minima perché qualcuno, da qualche parte, possa finalmente chiedere conto”.