Il modello Mankala è una di quelle storie che sembrano uscite da un manuale di utopia economica, eppure funziona da decenni e produce quasi la metà dell’energia finlandese. Tutto nasce da un villaggio di circa 100 abitanti nella Finlandia meridionale, un posto che sarebbe rimasto nell’anonimato totale se non avesse dato il nome a un approccio radicalmente diverso alla produzione di energia, dall’idroelettrica fino al nucleare.
La vicenda parte dal dopoguerra. Fino a quel momento la Finlandia era un paese prevalentemente agricolo, con la povertà diffusa un po’ ovunque. Poi arrivò l’industrializzazione e con essa una fame enorme di elettricità. Il problema? Pochi abitanti sparsi su un territorio vastissimo, il che rendeva quasi impossibile mettere insieme i capitali necessari per costruire grandi infrastrutture energetiche. Serviva una strada diversa.
E qualcuno la trovò proprio a Mankala, dove un gruppo di piccoli investitori ebbe un’idea tanto semplice quanto sovversiva: creare una società no profit con l’unico scopo di produrre energia e rivenderla a prezzo di costo ai propri soci, in proporzione alle quote detenute. Ogni socio si faceva carico delle spese operative, della manutenzione, delle tasse, dei prestiti. Nessun ricarico commerciale, nessun margine di profitto. Il reddito medio finlandese (circa 50.000 euro nel 2024) conferma che il paese è tra i più benestanti al mondo, e questo modello ha contribuito non poco alla stabilità economica del tessuto produttivo locale.
Vantaggi e abbassamento dei costi
Si potevano costruire impianti molto più grandi rispetto a quelli che le singole piccole compagnie elettriche avrebbero potuto permettersi, e l’elettricità costava meno grazie all’assenza di margini commerciali. Ma c’erano anche obblighi precisi. I soci dovevano acquistare l’energia prodotta dalla mankala company anche quando il prezzo superava quello dei fornitori esterni. Questo meccanismo spingeva la società a investire costantemente in tecnologia e ricerca per restare competitiva. Inoltre, i soci rispondevano in prima persona dei debiti contratti dall’azienda, il che paradossalmente rendeva più facile raccogliere capitali: gli investitori si fidavano perché il rischio era distribuito su più soggetti.
La sfida legale e il via libera europeo
Una cosa va detta subito: il modello Mankala non è mai stato codificato dalla legislazione finlandese. Si è imposto nella pratica, anno dopo anno, e proprio per questo ha dovuto superare il vaglio dei tribunali amministrativi. Già negli anni Sessanta alcune amministrazioni locali sollevarono la questione fiscale. L’avvocato Tero Kovanes dello studio legale finlandese Borenius ha ricostruito la vicenda spiegando che, secondo la tesi delle municipalità, il risparmio garantito ai soci poteva configurarsi come un dividendo mascherato e quindi andava tassato. C’era poi un secondo nodo: siccome una mankala company non registrava utili e le perdite venivano sempre ripianate, i bilanci risultavano in perfetto pareggio. Zero tasse sul territorio. Ai sindaci, comprensibilmente, la cosa non piaceva affatto.
La questione si risolse però a favore del modello: due decisioni della Corte amministrativa suprema finlandese, nel 1963 e nel 1968, stabilirono che si poteva proseguire. Anche l’Unione europea ci mise il naso. Nel 2010, su impulso delle eurodeputate verdi Satu Hassi e Heidi Hautala, venne aperta un’inchiesta. Ma nel 2012 la Commissione europea chiuse il dossier, dando di fatto il via libera definitivo.
Fiducia, saune e soft regulation: il substrato culturale dietro il Mankala
L’antropologo Vincent Ialenti, esperto di nucleare che oggi lavora per il ministero dell’Energia di Washington, ha dedicato 32 mesi di ricerca sul campo al modello Mankala, intervistando esperti e imprenditori finlandesi per capire il terreno culturale che lo ha reso possibile. Le sue conclusioni, pubblicate nel 2020, sono illuminanti: le mankala sono nate grazie alla propensione dei finlandesi per la coesione sociale, la fiducia reciproca e la cooperazione tra le parti. Un concetto ribadito anche dall’ex presidente Sauli Niinistö in un’intervista a Cnn nel 2012, quando disse che uno dei motivi per cui la Finlandia funziona è che la coesione sociale resta molto forte.
Lo studio di Ialenti evidenziava anche un aspetto curioso: nel mondo mankala non è raro invitare un potenziale socio a una grigliata prima di accettarlo nella compagine, per valutarne il carattere in un contesto informale. Gli accordi si stringono tra i vapori delle saune, magari dopo qualche bicchiere, lontano dai meccanismi di controllo formale della democrazia tradizionale. Un professionista della finanza emigrato in Finlandia da dieci anni spiegava al ricercatore americano che le banche internazionali farebbero fatica a investire nelle mankala perché guarderebbero solo ai documenti e ai precedenti legali, mentre nel paese si considerano anche gli aspetti culturali. Nessuno in Finlandia rischierebbe di far fallire una mankala company: significherebbe perdere la faccia, e tutti soffrirebbero per colpa di uno solo. Quella nordica, insomma, è una forma di soft regulation che non può essere scritta né condivisa formalmente, ma che resta enormemente importante.