Il riconoscimento facciale negli smart glass di Meta sta scatenando una reazione a catena nel mondo dei diritti civili. Più di 70 organizzazioni che operano negli ambiti più diversi, dalla violenza domestica ai diritti riproduttivi, dalla tutela degli immigrati alle comunità Lgbtq+, hanno chiesto all’azienda di abbandonare i piani per integrare questa tecnologia negli occhiali intelligenti realizzati insieme a Ray-Ban e Oakley. Il punto è semplice e preoccupante allo stesso tempo. Una funzione del genere, internamente nota come Name Tag, permetterebbe a stalker, predatori sessuali e agenti federali di identificare sconosciuti in pubblico senza che questi se ne accorgano minimamente.
La coalizione che si oppone è tutt’altro che trascurabile. Ne fanno parte, tra gli altri, l’American Civil Liberties Union (Aclu), l’Electronic Privacy Information Center, Fight for the Future, Access Now e la Leadership Conference on Civil and Human Rights. La richiesta è netta: Meta deve rinunciare a Name Tag prima ancora di lanciarla. A febbraio 2025 erano emersi documenti interni che mostravano come l’azienda contasse di sfruttare il “contesto politico” statunitense per introdurre la novità, scommettendo sul fatto che i gruppi della società civile sarebbero stati troppo impegnati con altre questioni per opporsi in modo efficace.
Smart glass di Meta: come funzionerebbe Name Tag e perché fa paura
Stando a quanto emerso, Name Tag sfrutterebbe l’assistente di AI integrato negli smart glass di Meta per fornire a chi li indossa informazioni sulle persone che ha davanti. Gli ingegneri dell’azienda starebbero valutando due versioni. Una limitata ai contatti già collegati su una piattaforma Meta, e una ben più ampia, capace di riconoscere chiunque abbia un account pubblico su servizi come Instagram.
In una lettera spedita il 13 aprile a Mark Zuckerberg, la coalizione sostiene che il problema non si risolve con ritocchi al design, meccanismi di opt-out o tutele aggiunte col contagocce. Chi si trova in uno spazio pubblico, semplicemente, non avrebbe modo di acconsentire davvero a essere identificato. Le organizzazioni chiedono anche che Meta renda pubblici eventuali casi noti in cui i suoi dispositivi indossabili siano stati usati per stalking, molestie o violenza domestica. E che riveli eventuali contatti passati o in corso con agenzie federali come l’Ice e la Cbp riguardo l’uso dei dispositivi o dei dati raccolti.
“Le persone dovrebbero poter vivere la propria quotidianità senza il timore che stalker, truffatori, aggressori, agenti federali e attivisti di ogni orientamento politico verifichino in modo silenzioso e invisibile la loro identità”, si legge nella lettera. Meta, dal canto suo, ha risposto con toni cauti: “Altre aziende offrono già prodotti di questo tipo basati sul riconoscimento facciale, noi no. Se dovessimo rilasciare una funzione del genere, la valuteremmo con grande attenzione prima di lanciarla”. EssilorLuxottica, il gruppo italo-francese proprietario di Ray-Ban e Oakley che produce gli smart glass in collaborazione con Meta, non ha rilasciato commenti.
Lo storico dei contenziosi e il peso delle battaglie legali
La questione del riconoscimento facciale per Meta non è certo nuova. A febbraio 2025, l’Electronic Privacy Information Center ha scritto alla Federal Trade Commission e ad altre autorità statali chiedendo di bloccare Name Tag. Secondo l’organizzazione, un sistema di riconoscimento in tempo reale aggraverebbe rischi per la privacy già “seri e apparentemente illegali” legati agli attuali Ray-Ban Meta, che possono filmare di nascosto i passanti con una segnalazione luminosa fin troppo facile da nascondere. In un memo del maggio 2025, Meta avrebbe scritto che il lancio sarebbe avvenuto approfittando di una fase politica in cui i gruppi critici erano “concentrati su altre priorità”. La coalizione ha definito questa tattica un “comportamento vile”.
Nel novembre 2021, Meta aveva già disattivato il sistema di riconoscimento dei volti su Facebook, dichiarando l’eliminazione dei dati facciali di oltre un miliardo di utenti. Ma quella svolta era arrivata dopo anni di costose battaglie legali: l’azienda ha pagato circa 1,8 miliardi di euro per chiudere cause sulla privacy biometrica in Illinois e Texas, mentre nel 2019 Facebook aveva versato circa 4,5 miliardi di euro alla Ftc per un’azione legale che all’epoca rappresentò la multa più alta mai imposta dall’agenzia per violazioni della privacy. A marzo 2026, una giuria di Los Angeles ha ritenuto colpevoli Meta e Google di negligenza nella progettazione di Instagram e YouTube, e a inizio aprile la Corte Suprema del Massachusetts ha stabilito che la Section 230 non protegge Meta da una causa legata al design di Instagram e alle funzioni pensate per creare dipendenza tra i più giovani.