Le accuse di violazione del copyright nei confronti di Meta e del suo CEO Mark Zuckerberg tornano a far parlare di sé. Cinque grandi case editrici e un autore di bestseller hanno avviato una class action sostenendo che milioni di opere protette dal diritto d’autore siano state utilizzate illegalmente per addestrare la piattaforma di intelligenza artificiale generativa Llama.
I querelanti sono nomi pesanti nel mondo dell’editoria: Hachette, Macmillan, McGraw Hill, Elsevier e Cengage. A loro si è unito lo scrittore Scott Turow, autore di grande successo commerciale. Nella denuncia si legge che “gli imputati hanno riprodotto e distribuito milioni di opere protette da copyright senza permesso, senza fornire alcun compenso ad autori ed editori, e con piena consapevolezza che la loro condotta violava la legge sul diritto d’autore”. Ma c’è un passaggio ancora più diretto. Secondo i querelanti, Zuckerberg avrebbe personalmente autorizzato e incoraggiato attivamente questa violazione.
Non è certo la prima volta che Meta finisce sotto processo per i materiali impiegati nell’addestramento di Llama. Già nel 2023 un diverso gruppo di autori aveva tentato la strada della causa per violazione del copyright, senza però riuscire nell’intento. Il coinvolgimento diretto di Zuckerberg nell’incoraggiare l’uso di opere protette era stato evidenziato anche in un caso portato avanti da LibGen. E, sebbene non sembri ancora arrivata in tribunale, pure un gruppo di autori nel Regno Unito aveva sollevato preoccupazioni lo scorso anno riguardo alla possibile violazione delle leggi sul copyright da parte di Meta.
Il precedente Anthropic e la difesa di Meta
Questa nuova class action si inserisce in un contesto giuridico ancora molto fluido. In una causa simile intentata contro Anthropic, un giudice non si era mostrato convinto dall’argomentazione legata alla violazione del copyright, ma aveva indicato la pirateria come una possibile strada alternativa per consentire agli autori di ottenere risarcimenti dalla società di intelligenza artificiale. Un dettaglio che potrebbe rivelarsi significativo anche per l’esito di questa vicenda.
Da parte sua, Meta non sembra particolarmente preoccupata. Il portavoce Dave Arnold ha fatto riferimento proprio alla mancanza di supporto giudiziario per le accuse di violazione del copyright, dichiarando che “l’IA sta alimentando innovazioni trasformative, produttività e creatività per individui e aziende, e i tribunali hanno giustamente stabilito che addestrare l’intelligenza artificiale su materiale protetto da copyright può qualificarsi come fair use”.
Uno scontro che ridefinisce i confini del diritto d’autore
Quello che sta emergendo è uno scontro sempre più serrato tra il mondo dell’editoria tradizionale e le grandi aziende tecnologiche che sviluppano modelli di intelligenza artificiale. Da un lato, gli editori e gli autori chiedono tutela per le proprie opere e un compenso equo. Dall’altro, società come Meta invocano il principio del fair use, secondo cui l’addestramento di modelli di IA su contenuti protetti rientrerebbe in un utilizzo legittimo e trasformativo.