Sotto la crosta di Marte, a ventiquattro chilometri di profondità, si nasconde qualcosa che secondo i modelli geologici non avrebbe motivo di trovarsi lì. È un minerale sconosciuto, o meglio uno strato di roccia dalle caratteristiche insolite, che sta costringendo gli scienziati a rivedere quello che credevano di sapere sul Pianeta Rosso. La scoperta arriva dai dati sismici raccolti dal lander InSight, la sonda della NASA che per anni ha ascoltato il battito profondo del pianeta, e apre uno squarcio su un passato molto più movimentato di quanto immaginato.
A firmare lo studio, pubblicato sulla rivista Nature Astronomy, è Tobermory Mackay-Champion. Il ricercatore parla di uno strato di roccia ultramafica sepolto in profondità, un tipo di materiale che non compare per caso. La sua presenza, spiega, racconta una storia geologica che nessun modello aveva davvero previsto per Marte.
La firma di antichi vulcani su Marte
Il punto interessante è proprio questo. Le rocce ultramafiche sono ricche di minerali pesanti e povere di silice, e sulla Terra si formano nelle profondità del mantello o quando grandi quantità di magma risalgono e si raffreddano lentamente. Trovarne uno strato ben definito a ventiquattro chilometri sotto la superficie marziana significa una cosa sola. In quella zona, in un lontano passato, c’è stata attività vulcanica intensa. È la firma inconfondibile di un magmatismo che ha plasmato l’interno del pianeta.
Insomma, quegli antichi vulcani alieni non sono più soltanto un’ipotesi. I dati sismici raccolti da InSight funzionano un po’ come un’ecografia. Le onde generate dai terremoti marziani, i cosiddetti marsquake, attraversano gli strati interni del pianeta e cambiano velocità a seconda del materiale che incontrano. Analizzando come queste onde rallentano o accelerano, i ricercatori sono riusciti a ricostruire cosa si trova là sotto senza mai scavare.
Ed è qui che salta fuori l’anomalia. Quello strato di roccia ultramafica non era previsto, e la sua esistenza suggerisce che Marte abbia vissuto processi geologici molto più complessi e prolungati di quanto le teorie precedenti lasciassero intendere. Non un pianeta spento e immobile, quindi, ma un corpo celeste che in epoche remote ha conosciuto un’attività interna vigorosa, capace di generare risalite di magma e di lasciare tracce durature nella sua struttura profonda.
Il lander InSight, va detto, ha ormai concluso la sua missione operativa, ma i dati che ha inviato sulla Terra continuano a regalare sorprese. Ogni nuova analisi aggiunge un tassello alla comprensione di come si sia formato e trasformato il Pianeta Rosso nel corso di miliardi di anni. E questa scoperta rappresenta uno dei tasselli più curiosi, perché mette in discussione modelli che sembravano solidi.
Capire la composizione interna di Marte non è un esercizio puramente accademico. Serve a ricostruire la storia del pianeta, a spiegare perché oggi appare così arido e freddo mentre in passato potrebbe aver avuto acqua liquida in superficie. E ogni indizio sul suo magmatismo aiuta a chiarire quando e come l’attività geologica si sia spenta, lasciando dietro di sé il mondo desolato che le sonde fotografano ancora oggi.