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Mari italiani, il caldo record colpisce i coralli a 40 metri

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I mari italiani hanno passato un’estate difficile, con temperature sopra la norma e conseguenze che non si fermano alla superficie ma arrivano fino a 40 metri di profondità, dove i coralli mostrano segni evidenti di sofferenza. È il quadro che emerge dal report di Greenpeace dedicato al surriscaldamento delle acque intorno alla penisola, un documento che mette nero su bianco quello che molti subacquei e pescatori raccontano da tempo, ovvero un mare che sembra aver perso la capacità di raffreddarsi.

La stagione appena archiviata verrà ricordata come una delle più calde mai registrate, sia a livello europeo sia su scala globale. I primi dati raccolti dagli scienziati parlano di record di caldo che si sono accumulati uno dopo l’altro, e il Mediterraneo si è trovato in prima linea. Il punto è che un bacino chiuso come il nostro, con uno scambio limitato di acque con l’oceano aperto, tende a scaldarsi più rapidamente e a smaltire il calore molto più lentamente. Il risultato è una sorta di accumulo che si trascina nel tempo.

Quando il calore scende sotto la superficie

Il dato che colpisce più di tutti riguarda la profondità. Storicamente le anomalie termiche venivano considerate un fenomeno di superficie, qualcosa che riguardava i primi metri d’acqua e che si esauriva con l’arrivo delle prime mareggiate autunnali. Non è più così. Le rilevazioni raccolte nel report mostrano temperature fuori scala anche a 40 metri, una fascia che fino a poco tempo fa veniva considerata relativamente al sicuro, una specie di rifugio per gli organismi più sensibili.

Sotto quella soglia vivono comunità che si sono adattate a condizioni stabili nel corso di decenni, a volte di secoli. I coralli del Mediterraneo, per esempio, crescono con una lentezza estrema e non hanno margini di manovra quando l’ambiente cambia in fretta. Un innalzamento prolungato della temperatura li indebolisce, li rende vulnerabili alle infezioni e in molti casi li porta alla morte. E una volta che una colonia collassa, il recupero richiede tempi che non hanno nulla a che vedere con quelli di una stagione o due.

Ecosistemi sotto pressione e un mare che non regge

Il danno non si limita ai coralli. Gli ecosistemi marini funzionano come un incastro di elementi che dipendono l’uno dall’altro, e quando cede una struttura di base come una foresta di gorgonie o un fondale ricco di organismi che filtrano l’acqua, le conseguenze si propagano verso l’alto. Meno rifugi per i pesci giovani, meno cibo disponibile, catene alimentari che si assottigliano. Tutto questo in aree che spesso coincidono con zone di pesca o con tratti di costa di grande valore turistico.

Il messaggio che arriva dal report di Greenpeace è piuttosto diretto. I mari italiani non stanno semplicemente attraversando una fase calda passeggera, stanno accumulando stress termico in modo progressivo, e il margine di recupero si assottiglia stagione dopo stagione. Le acque, in sostanza, non riescono più a difendersi dalle alte temperature come facevano in passato, perché il periodo di riposo tra un’ondata di calore e la successiva si è accorciato.

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