Mac mini e Mac Studio sono diventati le macchine di riferimento per chi lavora con gli agenti AI, e adesso è la stessa Apple a spiegare il perché. A parlarne è stato Doug Brooks, senior product manager di Apple silicon, in un’intervista a The Deep View concessa poco prima della WWDC del giugno scorso. La notizia curiosa è che i desktop di Cupertino stanno diventando la scelta naturale per chi vuole far girare questi sistemi automatizzati in casa, senza dipendere dal cloud.
Secondo Brooks c’è stata una “domanda incredibile” per questi due prodotti. E il motivo, a ben vedere, ha senso. Chi usa gli agenti AI cerca spesso una macchina sotto il proprio controllo, isolata dal computer principale e capace di restare accesa 24 ore su 24, sette giorni su sette. “Il Mac mini è un sistema straordinario per questo”, ha detto il manager. A dare una spinta in più ci pensa poi un dettaglio non banale, cioè il fatto che molti strumenti di intelligenza artificiale nascono prima o soltanto per Mac. Una circostanza che ha rafforzato la presenza dei computer Apple tra gli sviluppatori, inclusi quelli dei principali laboratori di AI.
Non conta solo la GPU
Brooks la mette giù in modo interessante. L’AI agentica, dice, è un problema che coinvolge tutto il chip, non solo la parte grafica. “Non si tratta più soltanto della GPU che macina un modello linguistico”, ha osservato. “È l’intero chip che contribuisce alle diverse parti del compito, alle chiamate agli strumenti e a ciò che ruota attorno a questi flussi di lavoro”. Ed è proprio qui, sostiene, che Apple silicon tira fuori i suoi punti di forza.
Il vantaggio attuale, spiega ancora Brooks, arriva da scelte fatte molto tempo prima che comparissero modelli come ChatGPT. Ha citato il Neural Engine, pensato per i calcoli matriciali a basso consumo, e i meno conosciuti acceleratori neurali integrati nella CPU, che gestiscono cose sensibili al tempo come il riconoscimento vocale. Più di recente Apple ha aggiunto acceleratori neurali anche alla GPU, portando le prestazioni AI dai chip piccoli degli iPhone fino al silicio più potente dei Mac. Tutto merito, secondo lui, del metodo di lavoro dell’azienda, dove ogni chip nasce per una macchina precisa e hardware e software crescono insieme.
Sempre più AI in locale
Un altro punto toccato riguarda lo spostamento dell’intelligenza artificiale direttamente sul dispositivo, invece che nel cloud. Le ragioni sono tre, ha spiegato Brooks, cioè privacy, sicurezza e il costo dell’inferenza, che cresce man mano che gli agenti consumano un numero sempre maggiore di token. Il futuro però lo immagina ibrido. Saranno gli stessi agenti a decidere cosa far girare in locale e cosa mandare invece al cloud.
Il manager ha parlato anche di quella che chiama “AI trasparente” su iPhone e iPad. In pratica funzioni sparse nel sistema operativo e nelle app di terze parti che lavorano in silenzio, senza presentarsi come intelligenza artificiale. Tra gli esempi ha citato Draw Things, un generatore di immagini che gira su iPhone, iPad e Mac, e SwingVision, che analizza in tempo reale le partite di tennis e pickleball sfruttando le fotocamere di iPhone. “La velocità con cui l’AI si sta sviluppando in questo momento è semplicemente folle”, ha chiuso Brooks. “Non riesco a immaginare dove saremo tra un anno, tra tre mesi o persino tra un mese”.