Il rischio di un lockdown energetico in Italia sembrava tutt’altro che teorico fino a poche ore prima della tregua negoziata per fermare la guerra in Iran e riaprire lo stretto di Hormuz. Poi la situazione è cambiata, e con essa anche il livello di allarme. Il prezzo del petrolio è tornato a scendere sotto la soglia dei 90 euro al barile, mentre il gas si attestava sui 44 euro a megawattora, in netto calo rispetto ai 53 euro del 7 aprile sul mercato di riferimento di Amsterdam. Ma cosa sarebbe successo se le cose fossero andate diversamente?
A innescare il dibattito era stata una dichiarazione del ministro della Difesa Guido Crosetto, rilasciata in un’intervista al Corriere della Sera: “Non tutto, ma molto potrebbe bloccarsi”. Da lì si era diffusa l’idea di un possibile razionamento energetico già a maggio, con una serie di ipotesi circolate nelle ore precedenti alla notte della tregua: condizionatori limitati a una temperatura minima, lavoro da casa diffuso, targhe alterne per le automobili, illuminazione ridotta per monumenti ed edifici pubblici, fino alla rimodulazione delle industrie più energivore come acciaio e meccanica. Lo stesso Crosetto, interpellato martedì alla Camera, aveva però tagliato corto: “Ho già tante cose, non me ne occupo io…”.
Il dossier, infatti, è nelle mani del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase), che forte delle novità positive dallo stretto di Hormuz ha tranquillizzato: quanto uscito sarebbe più “allarmismo mediatico” che emergenza in corso.
Il piano di emergenza esiste dal 2023 e funziona per livelli progressivi
Dal Mase spiegano che esistono due documenti, pubblicati per la prima volta nel 2023: il “piano di azione preventiva” e il “piano di emergenza” sull’approvvigionamento energetico dell’Italia. Attraverso questi strumenti vengono monitorati in tempo reale gli arrivi di energia dalle varie fonti, e sulla base dei dati si definiscono le soglie per eventuali azioni. Non uno stato eccezionale da proclamare, ma una griglia strutturata di misure da attivare progressivamente.
Il piano si chiama Piano di emergenza del sistema italiano del gas naturale, è allegato a un decreto del 27 ottobre 2023, ed è articolato su tre livelli. Il primo, di preallarme, scatta quando ci sono segnali concreti di deterioramento: una riduzione significativa delle importazioni, una domanda eccezionalmente elevata o una combinazione di utilizzo intensivo degli stoccaggi e condizioni climatiche avverse. In questa fase nessuna misura straordinaria viene imposta. Gli operatori devono semplicemente massimizzare le previsioni di flusso e sfruttare la flessibilità dei contratti esistenti.
Il livello di allarme si attiva quando si supera, anche per un solo giorno, il 100% della capacità di erogazione giornaliera dagli stoccaggi. Il mercato può ancora reggere, ma l’autorità competente può richiedere contratti di riduzione volontaria della domanda da parte dei clienti industriali. Ancora nessuna misura obbligatoria per i cittadini.
Le misure più drastiche: quando e come sarebbero scattate
Il livello di emergenza, quello di cui si è parlato nei giorni scorsi, si attiva solo in condizioni molto specifiche: cinque giorni consecutivi in stato di allarme, oppure tre giorni di allarme accompagnati dal superamento dell’80% della punta oraria disponibile, oppure all’esaurimento delle leve di mercato. Solo a quel punto il ministero interviene con atti propri, attraverso undici misure ordinate per priorità.
Le prime riguardano l’ottimizzazione tecnica del sistema. Solo successivamente si arriva a quelle che toccano direttamente famiglie e imprese: riduzione delle temperature degli ambienti e dei periodi di accensione del riscaldamento (stimata in circa 2,7 miliardi di metri cubi di risparmio su 243 giorni), interruzione tecnica dei prelievi per i clienti industriali, riduzione obbligatoria dei consumi. Negli stadi ancora più avanzati si arriva alla sospensione dell’obbligo contrattuale dei venditori verso i clienti non tutelati e all’utilizzo dello stoccaggio strategico, che per il periodo 2023/2024 ammontava a 4,62 miliardi di metri cubi.
Dal Mase sottolineano un dato rassicurante: i serbatoi italiani sono al 44% di riempimento, mentre la media europea è poco sopra il 20%, un vantaggio che deriva dall’aver iniziato la stagione al 95%. La preoccupazione vera, semmai, riguarda la ricarica: “Ora bisogna ripartire a ricaricarli, operazione che normalmente si fa ad aprile”. Un conto è farlo col prezzo del gas a 18 euro come l’anno scorso, un altro a 48 euro come in questi giorni.
Le misure sui condizionatori e sui termosifoni citate dai giornali corrispondono nel piano al punto II della fase di emergenza: esistono, ma come risposta a un’emergenza già dichiarata. “Non si ingessa una gamba se ci si è fatti solo un graffio”, è la formula usata dal ministero. Quello che si sta facendo ora è aggiornare il piano sulla base degli scenari reali: gli arrivi attesi nelle prossime settimane, i flussi che potrebbero rallentare a maggio se la crisi nel Golfo non si stabilizzasse del tutto, i margini di manovra con le fonti alternative.