Il prossimo aggiornamento del kernel Linux porterà con sé una pulizia importante, e non si tratta solo dell’ormai nota rimozione del supporto ai vecchissimi processori 486. C’è un altro addio che merita attenzione: quello ai processori Baikal, i chip progettati in Russia con l’ambizione dichiarata di costruire un’alternativa domestica a Intel e AMD. Un progetto nato con grandi aspettative ma che, nei fatti, non è mai riuscito a decollare davvero. E che negli ultimi anni ha subito un tracollo definitivo per ragioni che vanno ben oltre la tecnologia.
I chip Baikal erano comparsi per la prima volta nel 2014, sviluppati dall’omonima azienda russa. Un dettaglio interessante: si trattava di un chipmaker cosiddetto fabless, esattamente come Qualcomm o NVIDIA. Questo significa che l’azienda progettava i processori ma non li fabbricava in proprio, appoggiandosi a fonderie esterne come TSMC per la produzione vera e propria. Nel corso degli anni, il progetto ha cambiato direzione più volte, passando da architetture Arm a MIPS e poi tornando nuovamente su base Arm. Una traiettoria un po’ tortuosa che già di per sé racconta le difficoltà incontrate lungo il percorso.
Un supporto mai maturo e il peso delle sanzioni internazionali
Nonostante diversi contributi fossero stati integrati nel kernel principale di Linux nel corso degli anni, il supporto ai processori Baikal non ha mai raggiunto una piena maturità tecnica. In pratica, il lavoro necessario per rendere questi chip pienamente funzionanti all’interno dell’ecosistema Linux è rimasto sempre a metà strada, senza mai completarsi del tutto.
Il colpo definitivo è arrivato con l’invasione russa dell’Ucraina, che ha innescato una cascata di sanzioni internazionali durissime. Tra le conseguenze più pesanti per Baikal, il divieto di accesso alle fonderie internazionali di primo piano, TSMC inclusa. Senza la possibilità di produrre fisicamente i propri chip presso questi impianti, il progetto si è trovato di fatto paralizzato. Come se non bastasse, nel 2024 sono stati rimossi dal progetto del kernel Linux alcuni manutentori legati alla Russia, sempre per ragioni legate alle sanzioni e a questioni di natura legale. Questo ha rallentato ulteriormente qualsiasi possibilità di sviluppo e manutenzione del codice relativo ai processori Baikal all’interno del kernel.
Con il kernel 7.1 si chiude un capitolo
Ora, con l’arrivo del kernel Linux 7.1, la rimozione del supporto a Baikal diventa ufficiale. È la chiusura formale di un capitolo che, a dirla tutta, era già stato scritto da tempo. Senza fonderie disponibili, senza manutentori attivi e senza una base hardware realmente diffusa, mantenere il codice nel kernel non aveva più alcun senso pratico.
Il sogno russo di affrancarsi dalla dipendenza tecnologica da Intel e AMD attraverso i processori Baikal si è scontrato con una realtà fatta di limiti industriali, instabilità progettuale e, alla fine, un contesto geopolitico che ha reso tutto ancora più complicato. Il kernel Linux 7.1 prende atto di questa situazione e procede alla pulizia del codice, rimuovendo il supporto ai chip Baikal insieme a quello per i processori 486.