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Linfociti T, il senso del tatto che guida la memoria immunitaria

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Il sistema immunitario possiede una specie di senso del tatto nascosto, una capacità che finora era passata inosservata. Un gruppo di ricercatori della McGill University ha scoperto che i linfociti T riescono a percepire quanto sono rigidi i tessuti che li circondano e usano queste informazioni fisiche per orientare il proprio destino. In pratica decidono anche così se diventare cellule della memoria di lunga durata, quelle che proteggono l’organismo quando la stessa infezione si ripresenta. Una scoperta che potrebbe cambiare il modo in cui si studia l’immunità a lungo termine.

Per anni la comunità scientifica ha dato per scontato che le cellule T della memoria residenti nei tessuti fossero guidate soprattutto da segnali chimici. Si tratta di cellule immunitarie molto particolari, che dopo un’infezione restano stabilmente nei tessuti del corpo e reagiscono con grande rapidità se la stessa minaccia torna a bussare. Il nuovo studio, pubblicato su Nature Immunology, mette in discussione proprio questa convinzione. Secondo i ricercatori la capacità di adattarsi alle forze meccaniche più intense presenti nei tessuti potrebbe essere importante perché queste cellule protettive sopravvivano nel tempo.

Cellule che “sentono” l’ambiente intorno a loro

“Si tratta di una scoperta di base entusiasmante, che mette in discussione il nostro modo di pensare alle cellule immunitarie”, ha spiegato Judith Mandl, docente del Dipartimento di Fisiologia della McGill e autrice principale della ricerca. “Suggerisce che i linfociti T possano ‘sentire’ ciò che li circonda e adattarvisi, facendo dell’ambiente fisico una forza attiva nel modellare il loro comportamento”. Il lavoro ha coinvolto scienziati di diverse realtà dell’ateneo canadese, tra cui il Dipartimento di Fisiologia, l’Alan Edwards Centre for Research on Pain, il Dipartimento di Bioingegneria e il McGill University Health Centre, insieme a istituzioni partner nei Paesi Bassi e negli Stati Uniti.

Per capire se l’ambiente fisico influenzi davvero il comportamento dei linfociti T, il team ha analizzato cellule immunitarie prelevate da esseri umani e da topi. Le cellule sono state poi inserite in speciali gel di collagene, progettati apposta per imitare tessuti con livelli di rigidità differenti. Il risultato è stato piuttosto netto. Man mano che i gel diventavano più rigidi, aumentava la probabilità che le cellule T acquisissero le caratteristiche tipiche delle cellule della memoria residenti nei tessuti, cioè proprio quelle che assicurano una protezione immunitaria duratura.

Questi dati indicano che le proprietà fisiche dei tessuti circostanti contribuiscono a plasmare lo sviluppo delle cellule immunitarie. Un tassello nuovo e tutt’altro che marginale nella comprensione della memoria immunitaria, che fino a oggi era stata letta quasi esclusivamente in chiave biochimica.

Le possibili ricadute su tumori e malattie autoimmuni

Capire come i linfociti T rispondono alle condizioni fisiche potrebbe aprire, col tempo, nuove strade per trattare le patologie in cui il sistema immunitario attacca per errore i tessuti sani. Tra queste rientrano le malattie autoimmuni, le allergie e le complicazioni legate al rigetto dei trapianti.

C’è poi il capitolo della ricerca oncologica, in particolare sul fronte delle terapie che sfruttano le difese dell’organismo per combattere i tumori. “I tumori sono spesso densi e fisicamente difficili da penetrare per le cellule immunitarie”, ha sottolineato Mandl. “Comprendere come i linfociti T si adattano a questi ambienti potrebbe aiutare a progettare immunoterapie contro il cancro più capaci di raggiungere e attaccare i tumori”.

Il prossimo obiettivo del gruppo è individuare lo specifico sensore molecolare che permette alle cellule T di percepire l’ambiente fisico. Scoprire in che modo questo sensore trasforma le forze meccaniche in cambiamenti nel comportamento cellulare potrebbe chiarire come il sistema immunitario costruisce una protezione duratura. Lo studio è stato finanziato dallo Human Frontier Science Program, dai Canadian Institutes of Health Research, dalla Canadian Foundation for Innovation, dal Natural Sciences and Engineering Research Council of Canada e dai National Institutes of Health statunitensi.

Fonte: TecnoAndroid

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