Il nuovo film de La mummia firmato da Lee Cronin non è quello che ci si potrebbe aspettare. Non somiglia ai reboot con Brendan Fraser, non ricalca il classico del 1932, e soprattutto non ha paura di sporcarsi le mani. Perché quando decide di fare paura, ci riesce davvero. Certo, non è un film perfetto: la scrittura non brilla, la recitazione lascia parecchio a desiderare, la messa in scena a tratti esagera senza motivo e il tasso di derivatività è alto. Però c’è una cosa che nessuno può rimproverargli: la pavidità. Questo La mummia è un film dell’orrore vero, in un’epoca in cui molti horror preferiscono essere film d’atmosfera, metafore politiche o esercizi di tensione più che di autentico spavento.
Come già successo con gli altri mostri classici riportati sullo schermo da Blumhouse, anche qui la storia originale viene completamente stravolta e trasformata in una vicenda familiare. Se L’uomo invisibile del 2020 ribaltava tutto mettendo al centro una donna perseguitata, e Wolf Man del 2025 raccontava la lenta perdita di umanità dal punto di vista del mostro, questo film prende l’antica mummia e la elimina praticamente subito. Al suo posto, una bambina rapita e ritrovata otto anni dopo. La famiglia la riaccoglie a braccia aperte, ma la ragazzina è stata mummificata e, dettaglio che i genitori ancora ignorano, maledetta. La mummia quindi non è in qualche tomba egizia: ce l’hanno in casa, accanto agli altri figli e alla nonna.
Lo schifo come motore narrativo e il peso della produzione di James Wan
L’idea di partenza è buona, come spesso accade nei progetti Blumhouse. E con James Wan tra i produttori, l’uomo dietro Saw, Insidious e L’evocazione, il film non si fa problemi a mettere in scena immagini davvero ributtanti. Lo schifo, il dolore fisico e il senso di repulsione funzionano come un tamburo che batte per tutta la durata della pellicola, e chi ha quel tipo di gusto riesce a farsi trascinare oltre anche le parti più ridicole. Tipo quando la bambina mummificata torna a casa e la situazione ricorda inevitabilmente la puntata dei Simpson col gemello cattivo di Bart nascosto in soffitta. Oppure le scene con la poliziotta egiziana che indaga comportandosi in tutto e per tutto come una poliziotta americana: si veste come tale, mangia davanti al pc come tale, spara a chiunque come tale.
Fortunatamente, più La mummia avanza e più emerge la mano di Lee Cronin, che si è guadagnato il nome nel titolo del film non per fama o per successi precedenti (i suoi lavori passati non hanno certo sfondato), ma perché la Warner aveva un disperato bisogno di far capire al pubblico che questa non è l’ennesima continuazione della saga con Brendan Fraser. Cronin non sarà un grande sceneggiatore, ma è pieno di idee horror e sa divertirsi con il genere.
Dal caos del funerale alle citazioni di Shining e L’esorcista
Tutto questo rende il film più accettabile, e il caos che esplode durante il funerale della nonna, con più personaggi e più cose orrende che accadono simultaneamente, scatena quel classico senso di possessione totale di una casa tipico dei film Blumhouse. Perfino una microcitazione della colonna sonora di Shining, piazzata in un momento in cui la scena sembra uno Shining al contrario, non suona ridicola né forzata. Anzi, svela come alla fine il vero protagonista di tutta la vicenda familiare sia il padre. È lui che non c’era quando la bambina fu rapita, è lui che indaga per capire cosa sia successo, ed è lui che, nonostante una fastidiosa somiglianza con Seth Rogen, prende in mano la situazione.
A un certo punto diventa abbastanza evidente come Cronin abbia deciso di pescare qualche soluzione da L’esorcista. Ma forse è proprio questo a rendere La mummia interessante. La maniera in cui il film sceglie di somigliare a quel capolavoro, senza però la Chiesa e senza i preti, gli conferisce un tono molto più grave. Non c’è intermediazione, non c’è speranza in una purificazione che arrivi da un potere superiore. Ci sono solo genitori che devono letteralmente assumere dentro di sé la colpa.