Le Nazioni Unite hanno acceso i riflettori sui benefici e rischi dell’intelligenza artificiale con un report preliminare firmato da un panel indipendente di 40 esperti e scienziati. Tra loro spicca Yoshua Bengio, vincitore del Premio Turing nel 2018, figura di riferimento nel settore. Il documento mette in fila luci e ombre di una tecnologia che cresce a velocità impressionante, guardando sia alle persone sia all’ambiente. La versione definitiva verrà presentata al forum Global Dialogue on AI Governance, in programma a Ginevra il 6 e 7 luglio.
I governi arrancano dietro l’AI
Il punto sollevato dagli esperti è tanto semplice quanto scomodo. Fino a pochi anni fa l’intelligenza artificiale sapeva rispondere a qualche domanda o generare testo, poco più. Oggi scrive codice, macina quantità enormi di dati, produce immagini e video realistici, dà una mano agli scienziati a scoprire nuovi farmaci e comincia ad agire in autonomia con una supervisione umana ridotta al minimo. Sono i cosiddetti agenti AI. Il problema è che le regole pensate per un uso sicuro non riescono a stare al passo con questa corsa.
Usata bene, la tecnologia potrebbe dare una spinta a settori come sanità, istruzione, ricerca scientifica, agricoltura e accessibilità per le persone con disabilità. Senza tutele adeguate, invece, il rischio è opposto. Può allargare le disuguaglianze, alimentare la disinformazione, mettere in pericolo i diritti umani, stravolgere il mercato del lavoro e concentrare sistemi potentissimi nelle mani di pochi governi e poche aziende.
Progressi concreti e nuovi pericoli
Sul fronte dei vantaggi il report parla chiaro. In campo medico l’AI ha previsto la struttura di oltre 200 milioni di proteine, accelerando la scoperta di farmaci, lo sviluppo di vaccini e la ricerca sulla resistenza agli antibiotici. I medici la usano per diagnosticare in anticipo malattie come il cancro al seno, mentre gli operatori sanitari nei paesi in via di sviluppo si affidano a strumenti in lingue locali per assistere meglio i pazienti. Ci sono poi i sistemi di allerta precoce che aiutano a individuare l’insicurezza alimentare prima che diventi una vera crisi, senza dimenticare il supporto alla ricerca, all’istruzione personalizzata e alla salute mentale.
Poi c’è l’altra faccia della medaglia. La stessa tecnologia moltiplica la diffusione di materiale pedopornografico e deepfake a sfondo sessuale, con donne e bambini più esposti. Genera informazioni false che minano la fiducia nel dibattito pubblico e nella democrazia. Finisce nelle mani dei criminali per attacchi informatici, frodi e truffe di ingegneria sociale. Alcuni sistemi possono perfino rafforzare convinzioni o comportamenti dannosi, con conseguenze pesanti sulla salute mentale, incluso il suicidio. C’è poi il tema della perdita di controllo, perché con l’aumentare dell’autonomia diventa più complicato monitorare questi strumenti senza misure di sicurezza più severe. E resta l’impatto ambientale, con i data center energivori che pesano sulle emissioni di gas serra.
Una tecnologia in mano a pochi
Il report insiste anche su uno squilibrio geografico difficile da ignorare. Gli Stati Uniti controllano circa il 75% della potenza di calcolo dei supercomputer più avanzati al mondo, la Cina ne detiene circa il 15%, e gran parte dei modelli nasce da aziende con sede in questi due paesi. Molte nazioni in via di sviluppo non hanno infrastrutture, competenze, dati, investimenti e risorse linguistiche locali per sfruttare davvero l’AI. Dipendono così da tecnologie che non possono sviluppare, ispezionare, verificare o adattare alle proprie società.
Sul piano normativo la situazione è confusa. Esistono oltre 40 tra regole e linee guida sparse per il mondo, ma frammentate, incoerenti e quasi mai testate per capire se funzionano davvero. I legislatori vorrebbero dati scientifici solidi prima di intervenire, però quando quei dati arriveranno la tecnologia potrebbe essere già andata oltre. A complicare il quadro c’è il fatto che molte valutazioni di sicurezza vengono fatte dalle stesse aziende che sviluppano i sistemi. Servono quindi verifiche indipendenti più rigorose, maggiore cooperazione internazionale e standard comuni per mantenere tutto sicuro, trasparente e responsabile.