Le voci su un possibile accordo tra Intel e Google per la produzione dei chip dedicati all’intelligenza artificiale hanno scaldato gli animi nelle ultime settimane, ma a raffreddare gli entusiasmi ci ha pensato JPMorgan, che ha liquidato la questione come una tempesta in un bicchiere d’acqua. Il punto di partenza è un report che parlava di Intel come possibile produttore dei TPU, ovvero i tensor processing unit, i processori personalizzati che Google usa per far girare i suoi carichi di lavoro legati all’AI. Una notizia che, se confermata, avrebbe avuto un peso non da poco per la divisione foundry della casa di Santa Clara.
Intel e Google: cosa dicono davvero gli analisti
Il nodo della faccenda sta tutto in una distinzione che a prima vista può sembrare di lana caprina, ma che in realtà cambia tutto. Secondo gli analisti di JPMorgan, i chip di cui si parla nel report continueranno a essere fabbricati da TSMC, il colosso taiwanese che da anni è il punto di riferimento per la produzione dei semiconduttori più avanzati. A Intel, invece, spetterebbe soltanto la parte di packaging, cioè quella fase finale in cui i diversi componenti vengono assemblati e collegati tra loro. Non è poco, sia chiaro, ma è ben diverso dal dire che Intel produrrà l’intero chip.
Su questo aspetto si è concentrata l’attenzione anche di Citi, che insieme a JPMorgan ha condiviso le proprie valutazioni dopo l’uscita delle indiscrezioni. Il business della foundry di Intel e la sua tecnologia di packaging chiamata EMIB-T sono finiti al centro delle chiacchiere di settore proprio in queste settimane. Il motivo è duplice: da una parte la collaborazione già avviata con Google, dall’altra i limiti di capacità produttiva che TSMC sta affrontando. Una combinazione che, almeno sulla carta, ha messo Intel nella posizione di alternativa interessante alla tecnologia dell’azienda taiwanese.
Perché il packaging conta comunque
Resta il fatto che vedere Intel coinvolta, anche solo per il packaging, non è un dettaglio trascurabile. Quando la domanda di chip per l’AI cresce a ritmi così sostenuti e i fornitori principali fanno fatica a stare dietro agli ordini, ogni pezzo della catena produttiva acquista valore. La tecnologia EMIB-T rappresenta proprio uno degli assi nella manica con cui Intel sta cercando di ritagliarsi uno spazio in un mercato dominato da TSMC.
Il messaggio che arriva dagli analisti, però, è di prudenza. Le cifre che circolavano, con numeri importanti legati ai volumi, non vanno lette come un sorpasso di Intel ai danni del rivale taiwanese. La produzione vera e propria dei chip AI di Google, secondo questa lettura, resta saldamente nelle mani di TSMC. Intel entra in gioco in un passaggio successivo, fondamentale ma circoscritto.
È un quadro che ridimensiona parecchio l’entusiasmo iniziale di chi aveva interpretato le indiscrezioni come la prova di un cambio di equilibri nel settore dei semiconduttori. Gli analisti invitano a tenere i piedi per terra, distinguendo tra ciò che è effettivamente un contratto di fabbricazione e ciò che riguarda invece le fasi di assemblaggio e collegamento dei componenti. Una differenza tecnica che, agli occhi degli investitori, fa una differenza sostanziale quando si tratta di valutare il reale peso economico dell’operazione per i conti di Intel.