La guerra si misura in vite spezzate, città distrutte ed equilibri geopolitici ribaltati. Tuttavia, c’è un altro aspetto meno visibile e raramente discusso che è l’impatto climatico. Il conflitto tra Russia e Ucraina avrebbe già prodotto circa 311 milioni di tonnellate di CO2, una quantità che da sola supera le emissioni annuali di molti Paesi industrializzati. Un numero che impressiona e che racconta una dimensione parallela della guerra: quella ambientale.
Da dove arrivano tutte queste emissioni?
Le fonti sono molteplici. Una parte significativa deriva dalle operazioni militari dirette. Tra carri armati, mezzi blindati, aerei da combattimento, navi e trasporti logistici il risultato è deplorevole. Sono tutti alimentati da combustibili fossili con consumi elevatissimi.
Anche gli incendi causati dai bombardamenti fanno la loro parte. La distruzione di infrastrutture energetiche, raffinerie, depositi di carburante e impianti industriali segna profondamente anche l’ambiente, a tal punto che ogni esplosione e rogo tenuto vivo liberano nell’atmosfera tonnellate di particelle inquinanti.
C’è poi il tema meno immediato ma altrettanto rilevante della ricostruzione. Materiali come il cemento, l’acciaio e il vetro richiedono un’alta concentrazione di energia e la produzione di cemento, in particolare, è responsabile di circa l’8% delle emissioni di anidride carbonica dell’intero Pianeta. Ricostruire città devastate significa inevitabilmente generare nuove emissioni, che si sommano a quelle già prodotte durante il conflitto.
Un impatto che va oltre i confini
Le 311 milioni di tonnellate di CO2 non restano “locali”. Il cambiamento climatico non conosce frontiere. Ciò che viene emesso in un’area del pianeta contribuisce all’aumento della concentrazione globale di gas serra.
Inoltre, la guerra ha avuto effetti indiretti sul sistema energetico internazionale. L’interruzione di forniture e le tensioni sui mercati hanno spinto diversi Paesi a tornare temporaneamente al carbone o a prolungare la vita di centrali fossili. Questi passi indietro, purtroppo necessari per i Paesi colpiti, sono una forte perdita per il successo della transizione energetica. In questo senso, il conflitto ha inciso anche sulle traiettorie climatiche di zone più lontane.
Il paradosso della transizione
Prima del 2022, ad esempio, l’Ucraina stava compiendo passi avanti verso una maggiore integrazione energetica con l’Europa. Si puntava ad un progressivo sviluppo delle rinnovabili. La guerra ha congelato e distrutto anche molti di questi progetti. L’attenzione si è spostata sulle emergenze immediate: sicurezza, difesa, sopravvivenza economica. Non c’è stato spazio e possibilità per nient’altro.
Il paradosso è evidente: mentre la comunità internazionale discute obiettivi di neutralità climatica e riduzione delle emissioni, un singolo conflitto può cancellare in pochi anni i progressi accumulati con politiche ambientali complesse e costose.
Un conto che pagheremo (e paghiamo) tutti
I 311 milioni di tonnellate rappresentano un “debito climatico” che ricadrà sull’intero pianeta. Ondate di calore più intense, eventi estremi più frequenti, impatti su agricoltura e salute pubblica: gli effetti delle emissioni non si fermano al momento in cui vengono prodotte.
La guerra in Ucraina è prima di tutto una tragedia umana. Ma è anche un promemoria potente: ogni conflitto armato ha un’impronta ambientale profonda e duratura. E nel bilancio complessivo, oltre ai costi economici e sociali, c’è anche quello – silenzioso ma importante – del clima.