La guerra in Medio Oriente sta cambiando forma, e non è una buona notizia per nessuno. Quello che era iniziato come un conflitto con obiettivi dichiaratamente militari si è trasformato in qualcosa di molto più insidioso: una guerra che colpisce le infrastrutture civili, quelle da cui dipende la sopravvivenza di milioni di persone. Data center, impianti di desalinizzazione, gateway satellitari, università. Tutti trattati ormai come punti di pressione strategica e non più come spazi protetti. All’inizio del conflitto in Iran, i paesi del Golfo persico erano stati avvertiti che le basi militari statunitensi presenti sul loro territorio sarebbero state prese di mira dalla Repubblica islamica. Ma in oltre un mese di escalation, le offensive iraniane hanno cominciato a mirare anche ai sistemi alla base della vita di tutti i giorni.
Il diritto internazionale tutela tutto ciò che è essenziale per la sopravvivenza dei civili: acqua, cibo, cure mediche, comunicazioni. Nell’attuale conflitto, nessun paese è stato formalmente giudicato colpevole di aver violato queste regole. Diversi giuristi però avvertono che gli attacchi di tutte le parti coinvolte alle aree civili e alle infrastrutture critiche potrebbero costituire violazioni gravi. La realtà però è parecchio sfumata. Sistemi civili e militari risultano spesso profondamente intrecciati.
I gateway satellitari che supportano il commercio civile operano sulla base di segnali identici a quelli usati per la logistica militare. Come spiega Ankita Dhawan, avvocata specializzata in tecnologia e fondatrice di Consilium Advisors: “Quando le firme civili e militari di queste infrastrutture critiche sono identiche, la linea di demarcazione si confonde”. L’Iran ha inquadrato i propri attacchi come ritorsione proporzionata, ma gli obiettivi del regime (aeroporti, data center e sistemi energetici) rappresentano il cuore della vita civile, il che significa che l’impatto va ben oltre il campo di battaglia.
Guerra in Medio Oriente: Infrastrutture tecnologiche ed energetiche sotto attacco
I droni iraniani hanno preso di mira le infrastrutture tecnologiche fin dall’inizio delle ostilità. Tra gli episodi più significativi, gli attacchi contro i data center di Amazon: due negli Emirati Arabi Uniti e uno in Bahrein. Le conseguenze sono state immediate. In tutta la regione le app bancarie si sono bloccate, i sistemi di pagamento hanno smesso di funzionare e le piattaforme di delivery sono andate offline. I Guardiani della rivoluzione dell’Iran hanno dichiarato di aver colpito il data center in Bahrein perché la struttura sarebbe stata usata anche dalle forze armate statunitensi, ospitando tra gli altri sistemi di intelligenza artificiale impiegati per analisi di intelligence e simulazioni di guerra. Pochi giorni prima, i Guardiani della rivoluzione avevano indicato come potenziali obiettivi 18 aziende tecnologiche del Golfo, trasformando di fatto l’infrastruttura digitale della regione in un campo di battaglia.
Sul fronte energetico, la situazione non è meno grave. Circa il 20% del petrolio via mare a livello mondiale passa attraverso lo stretto di Hormuz. I bombardamenti iraniani hanno colpito raffinerie, impianti di gnl e petroliere negli Emirati, in Qatar e in Kuwait. QatarEnergy ha dichiarato lo stato di forza maggiore dopo che alcuni bombardamenti hanno ridotto del 17% la sua capacità di esportazione di gnl, con riparazioni stimate tra i tre e i cinque anni. Il prezzo del Brent è salito a circa 104 euro al barile nei giorni scorsi. Le catene di approvvigionamento dei fertilizzanti sono in crisi e le navi commerciali sono state costrette a restare ferme.
E poi c’è la questione dell’acqua. Il Golfo converte acqua marina in potabile per circa 100 milioni di persone. Il 44% della capacità di desalinizzazione mondiale si trova nella regione. Impianti di desalinizzazione sono stati minacciati o colpiti fin dall’inizio di marzo, in Bahrein, Kuwait e potenzialmente in Arabia Saudita e negli Emirati. L’Istituto universitario per l’acqua delle Nazioni Unite ha descritto questi attacchi come “un crimine di guerra”.
L’impatto sulla vita quotidiana e le minacce di Trump
L’escalation contro le infrastrutture ha intaccato profondamente i ritmi della vita di tutti i giorni. L’aviazione è stata tra i primi settori civili colpiti. A partire dal 28 febbraio, erano previsti più di 98.000 voli da e per il Medio Oriente; al 14 marzo ne erano stati cancellati oltre 52.000. L’aeroporto internazionale di Dubai ha subito un attacco in cui sono stati feriti quattro dipendenti. Scuole e università sono passate alle lezioni online, con le istituzioni degli Emirati Arabi che hanno prolungato le chiusure fino a metà aprile.
In Iran, sono state colpite scuole, ospedali e siti culturali. Tra i bombardamenti più letali c’è stato l’attacco a una scuola di Minab, che ha provocato la morte di circa 168 e 180 persone, la maggior parte delle quali erano bambine tra i 7 e i 12 anni. Un’indagine preliminare degli Stati Uniti ha rilevato che l’attacco è stato probabilmente effettuato dalle forze americane. Quest’ultime si sono appoggiate a informazioni obsolete che hanno erroneamente identificato la scuola come parte di un vicino complesso dei Guardiani della rivoluzione.
Ci sono poi conseguenze meno visibili ma altrettanto concrete. App per lo shopping che smettono di funzionare, tragitti dei rider che cambiano, tempi di viaggio che raddoppiano. La guerra elettronica disturba o falsifica i segnali gps, e i circuiti di pagamento rischiano di andare in tilt. Donald Trump ha minacciato un’ulteriore escalation degli attacchi alle infrastrutture iraniane in caso di mancato accordo, citando tra le aree vulnerabili cavi in fibra ottica sottomarini, impianti di desalinizzazione, centrali elettriche, reti di comunicazione e data center. Secondo gli analisti, l’obiettivo potrebbe non essere la distruzione totale ma un aumento della pressione. “Lo scopo non è distruggere completamente ogni nodo critico”, sottolinea Kristian Alexander, senior fellow del Rabdan Security and Defence Institute di Abu Dhabi.