Google Pixel ha un problema, ma non è quello che pensano in molti. Basta leggere recensioni e commenti per convincersi che basterebbe gonfiare la scheda tecnica con chip più rapidi, fotocamere nuove di zecca e batterie più capienti per far volare i telefoni di Google. Vero solo in parte. Quei componenti servono davvero un aggiornamento, perché le prestazioni dei processori Tensor hanno spesso frenato il potenziale e alcune tecnologie sono rimaste ferme per anni. Però la radice del problema sta molto più in profondità.
Ci sono stati design eccellenti, su questo nessun dubbio. Ma una parte delle difficoltà nasce dall’approccio stesso di Google al Pixel: troppo spesso è più un mezzo per spingere i servizi dell’azienda che un grande dispositivo per conto suo. E qui qualcosa deve cambiare, se l’obiettivo è sfidare il meglio che offrono Apple e Samsung.
Affidabilità e software, dove il Pixel inciampa davvero
Chiedete a chi possiede un Pixel com’è andata e con buona probabilità tirerà fuori la parola affidabilità. Problemi hardware all’ordine del giorno: surriscaldamento, connessioni ballerine con i modem Samsung. Nessun marchio è immune dai grattacapi tecnici, certo, ma con i Pixel sembrano quasi messi in conto.
Qualche rimedio è già arrivato o sta per arrivare. Sui modelli Pixel 10 Pro Google ha adottato il raffreddamento a camera di vapore, e per Pixel 11 si parla di un cambio di modem. Resta però il nodo della qualità complessiva, anche a costo di scegliere batterie e modem che puntino alla costanza più che alla potenza pura. Apple e Samsung vincono anche perché il loro hardware ispira fiducia cieca, e Google deve raggiungere quello stesso livello di solidità.
I guai di affidabilità si estendono al software. I telefoni hanno la fama di codice pieno di bug: consumo eccessivo della batteria, perfino problemi nelle chiamate al numero di emergenza. In certi casi difetti già risolti tornano a galla mesi dopo. Roba che dei test seri dovrebbero intercettare, e che non è accettabile per un colosso con dieci generazioni di telefoni alle spalle. Forse Google dovrebbe rallentare lo sviluppo di Android e del software Pixel, prendersi una pausa e mettere la stabilità davanti alla fretta di aggiungere funzioni.
Troppa intelligenza artificiale e qualche trovata di troppo
L’intelligenza artificiale è sempre più al centro del Pixel, e si capisce: emergere in un mercato affollato non è facile. I Pixel avevano funzioni come lo screening delle chiamate anni prima dei rivali, e Pixel 11 farà probabilmente da vetrina per la Gemini Intelligence di Android 17. Il punto è un altro: una cosa è valorizzare l’AI, un’altra usarla come stampella per coprire la mancanza di aggiornamenti hardware.
Prendiamo il 100X Pro Res Zoom della serie Pixel 10 Pro. Suona impressionante, ma dietro c’è sempre la solita teleobiettivo 5X, e l’AI lavora solo per tirar fuori uno scatto utilizzabile, per giunta in condizioni così limitate che difficilmente lo userete spesso. Stesso discorso con Video Boost: rende ottimi i video, ma iPhone 17 Pro registra di base un video migliore, senza alcuna elaborazione nel cloud. Difficile immaginare uno youtuber che aspetta ore per avere clip pronte all’uso.
E poi le trovate. Google ha l’abitudine di infilare gadget che si usano una volta per fare scena e poi mai più. La spremuta del Pixel 2 per richiamare l’Assistant, i gesti con la mano via radar sul Pixel 4, il sensore di temperatura degli ultimi modelli che magari rileva la febbre e poco altro. Il problema non è solo l’utilità dubbia, ma lo spazio fisico e l’energia sottratti a cose che contano di più, come sensori fotografici e batterie più grandi. Marchi come HTC e LG sono caduti anche per essersi persi dietro idee esotiche invece di dare ai clienti fotocamere e batterie migliori.
Su Pixel 11 Google potrebbe abbassare i toni: si vocifera della sostituzione del sensore di temperatura con le luci Pixel Glow, una versione moderna del vecchio LED di notifica. Niente di inedito (Nothing lo fa già), ma decisamente più pratico in un’epoca in cui c’è chi vuole stare meno davanti allo schermo.
I primi Pixel arrivarono nel 2016 per andare oltre la linea Nexus pensata per gli sviluppatori: l’hardware doveva essere il veicolo ideale per Android e per servizi come l’Assistant. Quella vocazione c’è ancora, ma i telefoni non spingono più i confini. Per far girare Gemini Intelligence più veloce o sfruttare al meglio gli strumenti di fotoritocco AI conviene quasi un telefono di terze parti come il Galaxy S26. Persino il Pixel 9, tra i preferiti di molti, era più un mid-range superiore ben rifinito che ottiene per primo i nuovi servizi.