Google paga gli sviluppatori Android in cambio del loro codice sorgente, e la notizia ha qualcosa di insolito anche per chi segue da vicino le mosse del colosso di Mountain View. L’obiettivo è chiaro: alimentare i propri modelli di intelligenza artificiale con materiale di qualità, perché quando si tratta di scrivere software queste tecnologie hanno mostrato una bravura sorprendente. Per spingerli ancora più in là, però, servono dati d’addestramento freschi e specifici. E così l’azienda ha deciso di mettere mano al portafoglio.
C’è da chiedersi perché solo adesso. Le grandi aziende tecnologiche, di solito, pescano a mani basse dai contenuti pubblici del web senza tirare fuori un centesimo. Qui il discorso cambia, perché si parla di materiale privato: codice sorgente conservato nei server dei programmatori, oppure ammucchiato nei cassetti di progetti che non hanno mai visto la luce. Roba che non si trova navigando online. Da qui la scelta di aprire un canale di trattativa diretta, andando a bussare personalmente alla porta degli interessati.
Un programma pilota tenuto sottotraccia
La vicenda è venuta a galla grazie a un’inchiesta che ha portato alla luce un programma pilota piuttosto riservato. In pratica, Google ha spedito una serie di email a un gruppo ristretto di creatori di app presenti sul Play Store, proponendo loro un accordo commerciale per monetizzare il lavoro fatto negli anni. Niente di pubblico, niente comunicati: una selezione mirata, fatta con discrezione.
Il dettaglio curioso sta proprio nel linguaggio usato. Nei messaggi d’invito non compare mai, nero su bianco, l’espressione intelligenza artificiale. Quasi a voler tenere nascosto qualcosa che ormai sanno tutti. L’azienda si limita a dire che il materiale servirà a migliorare gli strumenti e i prodotti pensati per gli sviluppatori. Solo cliccando su un link esterno inserito nel testo si finisce su una pagina che, finalmente, parla apertamente di collaborazioni per l’addestramento della AI. Un giro di parole che la dice lunga su quanto certe operazioni vengano gestite con cautela.
Anche i vecchi progetti hanno un valore
L’aspetto più interessante è che la proposta non si ferma alle app attualmente attive sullo store. Google guarda anche oltre: vecchi prototipi, archivi storici, progetti secondari mollati a metà strada e dimenticati in qualche cartella. Tutto quel materiale che un programmatore tende a conservare senza sapere bene perché. Secondo l’azienda, proprio quel codice apparentemente inutile nasconde un valore notevole, capace di arricchire il database esistente e di affinare ancora di più la capacità dell’AI di scrivere software.
Su un punto, però, regna ancora il silenzio: le cifre. Per ora non si conoscono i dettagli economici dell’offerta, quanto Google sia disposta a sborsare per ogni accordo o secondo quali criteri venga valutato il singolo contributo. Una zona d’ombra che lascia parecchi interrogativi aperti, soprattutto tra gli sviluppatori che potrebbero ricevere quell’email e trovarsi a decidere se cedere o meno il frutto del proprio lavoro.