I blocchi antipirateria basati su DNS, VPN e indirizzi IP condivisi rischiano di fare più danni che altro, e a dirlo è nientemeno che Google, che ha messo nero su bianco le sue preoccupazioni in un documento inviato alla Commissione europea. Il messaggio, arrivato durante la revisione della direttiva sul copyright, è abbastanza diretto: quando gli interventi diventano troppo ampi, finiscono per rendere inaccessibili siti e servizi che con la pirateria non c’entrano proprio nulla.
Il ragionamento tecnico è di quelli che si spiegano in poche righe. Un blocco tramite DNS non cancella il contenuto illegale, si limita a nasconderlo, e chiunque può aggirarlo cambiando resolver. Quello basato sugli indirizzi IP è ancora più problematico, perché la stessa infrastruttura viene spesso condivisa da migliaia, a volte milioni di servizi diversi. Colpirne uno significa rischiare di tirare giù tutto il resto. Negli ultimi anni il DNS pubblico di Google si è ritrovato coinvolto in ordini di blocco emessi in Francia, Belgio, Italia e Portogallo, e questo non è passato inosservato dentro l’azienda.
Il caso Piracy Shield e i numeri della Liga
Nel documento spunta anche Piracy Shield, il sistema italiano che ha fatto discutere non poco. In un’occasione ha bloccato per sbaglio un sottodominio di Google Drive e alcuni indirizzi IP usati da Cloudflare, con effetti a catena su infrastrutture condivise da milioni di domini. Un errore che rende bene l’idea di quanto possa essere fragile un meccanismo del genere quando manca precisione. Google contesta soprattutto l’idea di estendere gli obblighi ai resolver indipendenti e ai servizi VPN, misura ritenuta poco efficace e complicata da applicare senza travolgere anche il traffico legittimo.
C’è poi il caso spagnolo, tirato in ballo grazie a uno studio dell’Open Observatory of Network Interference sui blocchi applicati durante le partite della Liga. I numeri fanno impressione: oltre 554.000 domini bloccati almeno una volta, tra cui siti di Amnesty International, UNICEF, ACLU, istituzioni pubbliche e servizi ospitati su Amazon S3. Roba che non ha nulla a che vedere con lo streaming illegale del calcio, insomma.
Cosa chiede Google e cosa succede negli Stati Uniti
La posizione dell’azienda non è quella di cancellare del tutto i blocchi. Piuttosto, di usarli come ultima spiaggia, solo dopo che le normali richieste di rimozione hanno fallito. I provvedimenti dovrebbero essere mirati, trasparenti e con una scadenza precisa, nel rispetto del principio di proporzionalità e delle garanzie già scritte nel diritto europeo. E i tribunali, secondo Google, non dovrebbero limitarsi a firmare quello che chiedono i titolari dei diritti, ma valutare ogni volta portata, durata ed eventuali effetti collaterali sui servizi legittimi.
Sul tavolo c’è anche la questione dei soldi. Google propone di dividere i costi tra i titolari dei diritti e gli intermediari tecnici chiamati a eseguire i blocchi. E rilancia un concetto che ripete da tempo: buona parte della pirateria nasce dalla mancanza di alternative legali semplici, accessibili e convenienti. Se guardare un film in modo legale costa fatica e denaro, qualcuno cercherà comunque la scorciatoia.
Il tempismo, poi, non è casuale. Negli Stati Uniti il Congresso sta lavorando a una nuova proposta di legge sul blocco dei siti pirata, e le prime bozze includevano interventi proprio sui DNS. Lo stesso tipo di misura che Google contesta con forza nel documento spedito alla Commissione europea.