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Generazione Z contro la Silicon Valley: la rivolta anti-IA dei giovani

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La Generazione Z non sembra affatto disposta ad accettare in silenzio le indicazioni che arrivano dalle generazioni precedenti, soprattutto quando si parla di tecnologia e di intelligenza artificiale. C’è qualcosa che si muove, una specie di resistenza silenziosa che ogni tanto diventa rumorosa, e che mette in discussione la narrazione costruita negli ultimi anni dai grandi nomi della Silicon Valley.

Niente di nuovo sotto il sole, a pensarci bene. Lo scontro tra padri e figli accompagna l’umanità da sempre, e ogni epoca ha avuto la sua versione di questo braccio di ferro generazionale. Ma stavolta c’è un ingrediente in più, qualcosa che rende la faccenda meno scontata e più interessante da osservare.

Quando i ragazzi fischiano la Silicon Valley

Il segnale è arrivato in modo abbastanza clamoroso. Un ex amministratore delegato di Google è stato fischiato dagli studenti durante un discorso di laurea incentrato proprio sull’intelligenza artificiale. Un episodio che racconta più di mille analisi, perché mostra plasticamente quanto sia profonda la distanza tra chi quella tecnologia la promuove e chi invece dovrebbe accoglierla a braccia aperte.

I ragazzi, semplicemente, non l’hanno fatto. Hanno espresso il loro dissenso nel modo più diretto possibile, in un contesto solenne come una cerimonia di laurea, davanti a una figura che rappresenta in pieno l’establishment tecnologico. Non è un dettaglio da poco. È il tipo di gesto che fa rumore, che lascia il segno, e che difficilmente passa inosservato a chi quei mondi li frequenta dall’alto.

La Gen Z sta dicendo, a modo suo, che non vuole farsi dettare le regole su come vivere. Rivendica scelte autonome, vuole decidere da sé quale rapporto avere con gli strumenti digitali, senza

che qualcuno dall’alto stabilisca cosa sia giusto e cosa no.

Tra critiche all’IA e nostalgia per il vintage

Da questa insofferenza nascono anche nuove tendenze, e qui entra in gioco il fascino del vintage. Non è un caso che proprio i più giovani stiano riscoprendo oggetti, estetiche e abitudini che sembravano appartenere a un passato ormai archiviato. Una reazione, forse, alla corsa frenetica verso il futuro tecnologico che le generazioni precedenti danno quasi per scontato.

C’è qualcosa di affascinante in tutto questo. Da una parte i grandi protagonisti del settore tech che spingono sull’acceleratore dell’innovazione, dall’altra una fetta di pubblico giovane che frena, che storce il naso, che preferisce guardarsi indietro invece di rincorrere l’ultima novità. Un cortocircuito generazionale che racconta bene il momento storico.

La narrazione costruita attorno all’intelligenza artificiale, fatta di promesse e di entusiasmi, non sta facendo breccia in maniera automatica. Anzi, incontra ostacoli proprio dove ci si aspetterebbe terreno fertile, tra quei ragazzi cresciuti con uno smartphone in mano fin da piccoli. Eppure sono loro i primi a mostrare scetticismo, a porre domande scomode, a non accettare passivamente quello che viene presentato come inevitabile.

Le scelte autonome diventano così un terreno di rivendicazione. La Generazione Z vuole tracciare la propria strada, lontana dai modelli imposti, costruendo un’identità che passa anche attraverso la riscoperta di ciò che è analogico, tangibile, lontano dalla logica degli algoritmi. Il fischio degli studenti durante quel discorso di laurea resta lì, come l’immagine più nitida di una distanza che si fa sempre più evidente tra chi comanda nel mondo della tecnologia e chi quel mondo dovrebbe ereditarlo.

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