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Frane sulle Alpi, fango e strade chiuse tra Tesero e Predazzo: la natura si ribella

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Le frane sulle Alpi tornano a essere un tema concreto, quotidiano, per chi in montagna ci vive e per chi la attraversa nei mesi estivi. Tra la notte dell’11 agosto e il 14 agosto una serie di temporali particolarmente intensi ha colpito l’arco alpino, lasciando dietro di sé colate di fango, smottamenti e strade interrotte. Le zone più segnate sono quelle di Tesero, Predazzo e Stava, in Trentino, dove il terreno ha ceduto in più punti sotto la spinta dell’acqua.

Non si è trattato di un episodio isolato in un singolo fondovalle. I danni hanno riguardato aree diverse, dal Trentino fino alla Valle d’Aosta, con una dinamica ormai riconoscibile: piogge molto concentrate nel tempo, versanti che assorbono poco e male, materiale che scende a valle trascinando detriti. Il risultato è quello che si è visto in questi giorni, fango sulle carreggiate e situazioni che cambiano nel giro di poche ore.

Cosa è successo tra Tesero, Predazzo e Stava

I nomi che tornano più spesso sono quelli della val di Fiemme. Tesero, Predazzo e Stava sono state investite da colate di fango e smottamenti innescati dai temporali di metà agosto, con il classico effetto domino delle piogge violente in montagna: i piccoli corsi d’acqua si gonfiano rapidamente, raccolgono terra e sassi lungo il percorso e scaricano tutto più in basso, dove ci sono case, strade e infrastrutture.

Il punto delicato è proprio questo. Le Alpi non sono un ambiente disabitato, e le stesse aree colpite sono attraversate ogni estate da turisti, escursionisti e traffico locale. Un versante che cede non è soltanto un problema geologico, diventa subito una questione di viabilità e di sicurezza per chi si trova nel posto sbagliato nel momento sbagliato. La memoria di Stava, poi, rende ogni movimento del terreno in quella valle particolarmente sensibile per chi la abita.

Il ruolo del cambiamento climatico e i timori degli esperti

La parte che preoccupa gli addetti ai lavori non riguarda solo quello che è già accaduto, ma la frequenza con cui potrebbe ripetersi. Secondo gli esperti, il cambiamento climatico sta modificando il modo in cui piove sulle montagne, con eventi più concentrati e più violenti rispetto al passato. Meno pioggia distribuita nell’arco di giornate intere, più rovesci brevi e fortissimi che il suolo non riesce a smaltire.

Il timore, di conseguenza, è che episodi come quelli di agosto diventino meno eccezionali. Un aumento della frequenza degli smottamenti significa maggiori costi di manutenzione, più interventi di somma urgenza sulle strade e una gestione del rischio che deve necessariamente cambiare passo, sia nella prevenzione sia nei sistemi di allerta.

Per i comuni alpini la questione diventa quindi doppia. Da un lato c’è la ricostruzione immediata, la rimozione dei detriti, il ripristino dei collegamenti. Dall’altro c’è la programmazione di lungo periodo, che riguarda la manutenzione dei versanti e la capacità di convivere con un regime di precipitazioni diverso da quello a cui la montagna era abituata.

Chi vive e chi viaggia lungo l’arco alpino si trova insomma davanti a un rischio che cresce, e che a metà agosto si è manifestato nel modo più diretto possibile, con il fango arrivato fin dentro i paesi del Trentino e i danni registrati fino in Valle d’Aosta.

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