La crisi del PC non riguarda le vendite in calo o la mancanza di innovazione hardware. Il problema, piuttosto, è molto più sottile e ha a che fare con un concetto che tutti davano per scontato: la proprietà dei dispositivi. A sollevare la questione con una certa forza è stato Nirav Patel, CEO di Framework, l’azienda diventata un punto di riferimento per chi cerca laptop modulari e riparabili. La sua tesi è semplice ma scomoda: chi compra un PC oggi, in realtà, non lo possiede davvero.
E no, non è una provocazione fine a sé stessa. Basta guardare cosa sta succedendo nel settore. Batterie non removibili, componenti saldati alla scheda madre, sistemi di autenticazione hardware che bloccano qualsiasi tentativo di sostituzione fai da te. E poi c’è il lato software, che peggiora ulteriormente le cose: sistemi operativi che pretendono account obbligatori, aggiornamenti forzati che arrivano senza chiedere il permesso, funzionalità che un giorno sono sul dispositivo e quello dopo migrano sul cloud. Il modello software as a service ha normalizzato tutto questo, trasformando l’acquisto in un accesso a tempo. Non si paga per avere qualcosa, si paga per poterlo usare. Le conseguenze pratiche sono tutt’altro che astratte: costi che nel lungo periodo lievitano, impossibilità di riparare in autonomia, obsolescenza programmata che corre sempre più veloce. Il concetto di right to repair, cioè il diritto di aprire, modificare e riparare ciò che si è comprato, resta uno degli ultimi baluardi di controllo reale nelle mani di chi utilizza un dispositivo.
Framework e il suo modello alternativo
Framework non è semplicemente un produttore di laptop. È uno dei pochissimi casi verificabili di azienda che ha costruito il proprio business attorno alla modularità reale: componenti sostituibili direttamente da chi usa il portatile, documentazione aperta, parti acquistabili separatamente. I dati sul ciclo di vita dei dispositivi Framework, confrontati con la media del mercato, mostrano differenze significative sia in termini di longevità che di costo totale di gestione. Ed è proprio qui che il discorso diventa interessante. Perché l’approccio di Framework dimostra una cosa che molti nel settore preferirebbero non ammettere: il modello chiuso non è una necessità tecnica. È una scelta di business. Le aziende possono progettare per la riparabilità. Nella stragrande maggioranza dei casi, semplicemente, scelgono di non farlo.
Cosa cambia davvero per chi compra un PC nel 2026
La trasformazione in corso ha implicazioni dirette e misurabili per chiunque stia pensando di acquistare un PC nel 2026. Minore libertà di modifica, maggiore dipendenza dai produttori per aggiornamenti e riparazioni, costi ricorrenti che prendono il posto dell’acquisto singolo. Sul fronte normativo, le regolamentazioni europee sul diritto alla riparazione e l’attenzione crescente verso la sostenibilità stanno mettendo pressione sull’industria. Ma i tempi di adozione restano lenti, e nel frattempo il mercato continua a muoversi nella direzione opposta.
La domanda che il dibattito sollevato da Framework mette sul tavolo è piuttosto precisa: nel 2026, cosa significa davvero possedere un dispositivo? La risposta dipende sempre meno dall’hardware fisico e sempre più da licenze, servizi e scelte progettuali deliberate. Per chi acquista un PC oggi, comprendere questa dinamica non è un esercizio teorico. È una variabile economica concreta che incide sul portafoglio.