Quando nel 2017 la rivista The Economist definì i dati come il “nuovo petrolio”, probabilmente non immaginava quanto quella metafora sarebbe diventata ancora più calzante con il boom dell’intelligenza artificiale. Oggi la corsa ai dati ha raggiunto livelli mai visti, e spesso il prezzo da pagare è la nostra privacy. Basti pensare alla recente class action contro i Ray-Ban di Meta, accusati di registrare momenti intimi senza il consenso degli utenti. Eppure esiste un’alternativa meno invasiva, che parte da qualcosa che già abbiamo sotto i piedi: la fibra ottica. Migliaia di chilometri di cavi sotterranei che oggi trasportano chiamate, messaggi e traffico internet potrebbero, con piccoli accorgimenti tecnologici, trasformarsi in un gigantesco sistema di sensori urbani, capace di leggere la vita delle città senza spiare nessuno.
L’idea di sfruttare infrastrutture esistenti per raccogliere informazioni non è esattamente una novità. Già nei primi anni Duemila il MIT Senseable City Lab aveva usato dati anonimi delle reti cellulari per visualizzare l’attività urbana. Oggi lo facciamo tutti, ogni volta che apriamo Google Maps per controllare il traffico. Il concetto si chiama “opportunistic sensing”: prendere qualcosa progettato per uno scopo e fargli fare anche altro. E i cavi in fibra ottica sono candidati perfetti. Pur non essendo nati come sensori, la loro capacità di trasmettere luce con estrema precisione li rende sensibilissimi a vibrazioni e variazioni di temperatura. Con gli strumenti giusti, diventano orecchie puntate sul sottosuolo e sulla superficie.
Il progetto di San José e la tecnologia DAS
Una ricerca pubblicata su Nature Communications ha dimostrato come questo sia possibile nella pratica. Cinquanta chilometri di fibra ottica sotterranea a San José, in California, sono stati trasformati in un sensore alla scala di un’intera città. La tecnica utilizzata si chiama DAS, acronimo di Distributed Acoustic Sensing: si inviano impulsi luminosi lungo i cavi e si analizza la risposta, trasformando ogni tratto di fibra in una sorta di geofono virtuale. Il bello è che tutto questo avviene senza interferire minimamente con il normale funzionamento delle telecomunicazioni. Nessun cavo nuovo, nessuna infrastruttura aggiuntiva da posare. Solo una capacità di rilevamento in più, agganciata a qualcosa che già esiste.
I risultati sono stati sorprendenti sotto diversi punti di vista. Dal lato geologico, la fibra ottica permette di individuare vuoti sotterranei, tunnel, terreni poco compatti. Per un paese come l’Italia, dove il rischio idrogeologico e le fragilità del suolo sono problemi cronici dal Veneto alla Sicilia, si tratta di una prospettiva concreta e molto rilevante. Un’altra ricerca pubblicata su Geophysical Research Letters ha mostrato che gli stessi sistemi possono monitorare il livello delle falde acquifere, aprendo la strada a mappe più precise del rischio alluvionale e a sistemi di allerta più rapidi. E poi ci sono le infrastrutture: ponti, strade, edifici. Con il DAS è possibile individuare difetti nascosti prima che diventino emergenze, riconoscendo un rischio strutturale con largo anticipo.
Ma la cosa più affascinante è che le equazioni del DAS funzionano anche “al contrario“. Non solo per capire cosa succede sotto terra, ma anche per leggere le vibrazioni prodotte dalla città in superficie. A San José i ricercatori sono riusciti a osservare i flussi di traffico nelle ore di punta, i cantieri attivi isolato per isolato, la vita notturna e persino le vibrazioni generate dai bambini durante la ricreazione in una scuola.
Dati utili senza telecamere e senza sorveglianza
Ed è qui che la questione della privacy diventa centrale. Nessuno di questi dati proviene da telecamere o da sistemi di sorveglianza visiva. Tutto arriva dalle vibrazioni raccolte attraverso la fibra ottica. Si può seguire il movimento di un veicolo, ma non identificare chi lo guida né leggerne la targa. In termini tecnici si parla di sistema “privacy preserving”: capace di generare informazioni utili senza violare la sfera personale di nessuno.