Il fentanyl è tornato al centro delle cronache dopo il furto di 80 fiale dalla cassaforte della farmacia dell’Ospedale Israelitico di Roma. Parliamo di un oppioide sintetico da 80 a 100 volte più potente della morfina, e la quantità sottratta basterebbe a produrre circa 20.000 dosi da immettere nei circuiti illegali. Con ogni probabilità il bottino è già finito sul dark web, e questo spiega perché la vicenda abbia portato a una riunione d’emergenza del governo.
Viene da chiedersi perché una sostanza simile si trovasse in un ospedale. La risposta sta nel suo uso legittimo. Il fentanyl è un farmaco antidolorifico, impiegato da decenni in anestesia, nella fase post operatoria e in terapia intensiva. Serve anche per gestire il dolore cronico grave, per esempio nei malati oncologici. La sua forza sta nella rapidità d’azione unita a una potenza analgesica fuori dal comune. Come spiega Fondazione Veronesi, è indicato per il dolore episodico intenso, quelle crisi improvvise e brevi ma violente che si sovrappongono al dolore di base. In Italia viene prescritto in contesti ospedalieri o domiciliari da medici specializzati, con istruzioni precise. Seguendo le indicazioni alla lettera, il rischio di un uso improprio resta molto basso.
Come agisce sul cervello e perché crea dipendenza
Gli oppioidi lavorano sul sistema nervoso centrale, rallentando i messaggi che viaggiano tra cervello e corpo. Attraversano la barriera che di norma protegge il tessuto cerebrale e si legano ai recettori oppioidi, presenti nelle aree legate alla percezione del dolore, ma anche al piacere, all’umore e alla respirazione. Quando questi recettori si attivano, arriva il sollievo. L’Istituto Mario Negri lo descrive con un’immagine efficace, è come se abbassassero il volume al dolore. Proprio per questo, quando in clinica la terapia va sospesa o modificata, la riduzione del dosaggio avviene sempre in modo lento e graduale.
Il problema è che questi farmaci non danno solo sollievo. Attivano anche il circuito della ricompensa, con sensazioni di benessere e a volte di euforia. Il corpo impara ad associarle alla sostanza e ne desidera ancora. L’astinenza porta vomito, dolori a ossa e muscoli, vampate di freddo, diarrea, movimenti incontrollabili delle gambe. Effetti così sgradevoli da spingere ad assumere dosi sempre maggiori. E succede in fretta, già dopo i primi giorni. Nei contesti di abuso questo meccanismo rende il fentanyl estremamente pericoloso. Basti pensare che negli Stati Uniti è coinvolto in oltre il 70 per cento delle morti per overdose da oppioidi.
La droga degli zombie e il possibile vaccino
Bastano pochi granelli, appena 2 milligrammi, per una dose letale. Quella minima quantità è sufficiente a provocare depressione respiratoria, un respiro troppo lento e superficiale che può portare al coma e alla morte. Spesso il fentanyl viene mischiato in polvere o liquido ad altre droghe come eroina, cocaina e metanfetamina, rendendole più potenti e più letali. Non ha odore né sapore, quindi è quasi impossibile capire se una sostanza ne contiene. Da una decina d’anni esistono strisce reattive per individuarlo.
L’overdose provoca uno stato di forte sedazione, ed è da qui che nasce l’espressione droga degli zombie. Estrema sonnolenza, respiro debole, pelle fredda e umida, labbra e unghie bluastre, pupille ridotte a punta, persone impossibili da svegliare. Se si interviene in tempo, il Naloxone, noto come Narcan, può invertire l’effetto. Ma il fentanyl è talmente forte che una sola dose spesso non basta.
In Italia la situazione resta molto più contenuta rispetto a Stati Uniti e Canada, grazie a una cultura della prescrizione più rigida e a un monitoraggio continuo che arriva persino al controllo delle acque reflue. Intanto alla Scripps Research si lavora a un vaccino sperimentale contro l’overdose da fentanyl. L’idea è insegnare al sistema immunitario a riconoscere il fentanyl e le sue varianti, impedendo che raggiunga il cervello. Nei test sui topi vaccinati la respirazione è rimasta normale anche dopo dosi che avrebbero causato depressione respiratoria, e i livelli di fentanyl nel cervello sono risultati inferiori del 70 per cento. La strada verso i test sull’uomo, però, è ancora lunga.