Sony e la sua strategia sui port PC finiscono di nuovo sotto la lente, questa volta grazie alle parole di chi la casa giapponese la conosce dall’interno. Un ex presidente di PlayStation Studios, lontano dalle stanze dei bottoni ormai da diversi anni, ha deciso di dire la sua senza troppi giri di parole. E il suo giudizio non è morbido.
Nel corso di un’intervista ha praticamente smontato pezzo per pezzo la logica che sta dietro alla scelta di frenare sui port dei giochi single player verso il mondo PC. Layden non le manda a dire, e parte da un ragionamento che a suo modo di vedere è tanto lineare quanto trascurato dai vertici attuali.
Perché i port PC non erano mai stati una questione di soldi
Il cuore del discorso di Layden ruota attorno a un concetto che, ai suoi tempi, veniva dato quasi per scontato. Portare i titoli PlayStation su computer non serviva a riempire le casse. Non era quello lo scopo. L’idea era un’altra, più ampia, più a lungo termine.
Chi arrivava a un gioco Sony tramite PC spesso non aveva mai posseduto una console del marchio. Ed è proprio lì che secondo l’ex dirigente si nascondeva il vero valore della manovra. Ogni giocatore raggiunto su una piattaforma diversa diventava un potenziale nuovo appassionato, qualcuno che magari, prima o poi, avrebbe fatto il salto verso l’hardware ufficiale oppure sarebbe rimasto legato a quel personaggio, a quella saga, a quel mondo narrativo.
In quest’ottica il porting smette di essere una semplice operazione commerciale e diventa uno strumento di crescita. Un modo per far conoscere le proprie IP a un pubblico che altrimenti sarebbe rimasto fuori dai radar. Ridurre questa possibilità, secondo la sua lettura, significa mettere un tetto artificiale alla diffusione dei brand più importanti dell’azienda.
Una scelta che rischia di limitare la portata globale delle IP
Il punto più critico sollevato riguarda proprio la portata delle proprietà intellettuali targate PlayStation. Franchise capaci di attraversare i confini del videogioco, di arrivare al cinema, alle serie tv, al merchandising. Tutto parte però da una base solida di persone che quei personaggi li conoscono e li amano.
Frenare sui port PC, in questa prospettiva, vuol dire rinunciare a una fetta enorme di pubblico. E non si tratta solo di numeri di vendita immediati, ma di quella lenta costruzione di affezione che trasforma un titolo in un fenomeno culturale. Layden sembra convinto che tenere certi giochi confinati alla sola console sia una visione miope, figlia di una lettura troppo rigida dei bilanci trimestrali.
La sua analisi si basa sull’esperienza diretta accumulata negli anni ai vertici degli studi first party, un periodo in cui la filosofia era diversa. Aprire, non chiudere. Allargare il bacino, non restringerlo. Concetti che, stando alle sue parole, rischiano oggi di passare in secondo piano rispetto a logiche più immediate.