Una diga tra Alaska e Siberia lunga oltre 80 chilometri per proteggere il clima terrestre. Sembra la trama di un film di fantascienza, eppure si tratta di una proposta reale, messa nero su bianco da due ricercatori in uno studio pubblicato su Science Advances. L’idea è tanto ambiziosa quanto controversa: costruire un muro gigante nello Stretto di Bering con l’obiettivo dichiarato di salvaguardare uno dei meccanismi più delicati del sistema climatico globale. La comunità scientifica, però, non la prende esattamente con entusiasmo.
Il cuore della questione ruota attorno all’AMOC, la cosiddetta circolazione atlantica meridionale di rovesciamento. Si tratta di quel grande nastro trasportatore oceanico che redistribuisce calore tra i tropici e le regioni più settentrionali del pianeta. Da anni gli scienziati avvertono che l’AMOC sta rallentando, e un suo eventuale collasso avrebbe conseguenze catastrofiche sul clima di buona parte dell’emisfero nord: inverni molto più rigidi in Europa, alterazioni delle stagioni delle piogge in Africa e Asia, innalzamento irregolare del livello dei mari. Insomma, uno scenario che nessuno vorrebbe vedere realizzato.
La proposta: un muro nello Stretto di Bering
Ed è proprio per scongiurare questo rischio che i due ricercatori hanno avanzato la loro proposta. L’idea di fondo è relativamente semplice da spiegare, anche se realizzarla sarebbe tutt’altra storia. Costruire una diga tra Alaska e Siberia, attraverso lo Stretto di Bering, permetterebbe di controllare il flusso di acqua tra l’Oceano Pacifico e l’Oceano Artico. Regolando questo passaggio, secondo gli autori dello studio, si potrebbe intervenire sulla salinità e sulla temperatura delle acque che alimentano l’AMOC, stabilizzandone il funzionamento.
Lo Stretto di Bering, nel punto più stretto, misura circa 82 chilometri. Non è esattamente un cantiere facile da immaginare: acque gelide, condizioni meteorologiche estreme, fondali che presentano le loro complessità. Eppure i ricercatori sostengono che, almeno dal punto di vista ingegneristico, il progetto non sarebbe impossibile. La struttura dovrebbe essere abbastanza robusta da resistere alle correnti e ai ghiacci, ma le tecnologie attuali, secondo chi ha firmato lo studio, potrebbero teoricamente farcela.
Lo scetticismo della comunità scientifica
Detto questo, la comunità scientifica resta decisamente scettica. E non solo per le difficoltà pratiche. Molti esperti sollevano dubbi sugli effetti collaterali che una struttura del genere potrebbe generare sugli ecosistemi marini della regione artica. Bloccare o alterare il flusso naturale di acqua tra due oceani significa intervenire su equilibri che si sono formati nell’arco di millenni. Le conseguenze sulla fauna marina, sulle correnti locali e persino sulle comunità indigene che dipendono da quelle acque per la pesca e la sopravvivenza sono tutte variabili ancora poco esplorate.
C’è poi la questione geopolitica, che non è affatto secondaria. Una diga tra Alaska e Siberia implicherebbe una collaborazione tra Stati Uniti e Russia, due nazioni che al momento non brillano esattamente per intesa diplomatica. Senza un accordo solido tra le due potenze, qualsiasi progetto infrastrutturale nello Stretto di Bering resterebbe sulla carta.