La difesa dagli asteroidi non è più soltanto materiale da film di fantascienza, ma un tema che gli scienziati di mezzo mondo prendono sul serio. Esiste addirittura un database aggiornato di continuo che tiene traccia dei corpi rocciosi che passano vicino al nostro pianeta, alimentato dai dati che arrivano in tempo reale dagli osservatori sparsi ovunque. E adesso arriva un contributo interessante dalla Cina, dove un gruppo di ricercatori ha provato a capire quale sarebbe la strategia migliore per fermare un asteroide diretto verso la Terra. La risposta chiama in causa le armi nucleari, e i risultati sono più curiosi di quanto ci si aspetterebbe.
Cosa dice lo studio cinese sulla detonazione nucleare
Il lavoro è stato pubblicato sulla rivista scientifica Space: Science and Technology e mette a confronto due modi diversi di usare un ordigno nucleare contro un asteroide. La conclusione, quando c’è abbastanza tempo a disposizione, è che una detonazione in profondità funziona meglio rispetto a un’esplosione più in superficie. Non è un dettaglio da poco, perché cambia completamente l’approccio a un’eventuale emergenza.
Gli studiosi partono da un problema pratico. I metodi che conosciamo oggi, come gli impatti cinetici o le spinte lente e graduali distribuite negli anni, potrebbero non bastare quando si ha a che fare con un corpo celeste sopra i 100 metri di diametro e con un preavviso troppo breve. Il riferimento più concreto in fatto di impatto cinetico resta la missione DART della NASA, che nel 2022 riuscì a modificare l’orbita dell’asteroide Dimorphos durante un test di difesa planetaria. Un successo vero, certo, ma effettuato a distanza enorme dalla Terra e senza il minimo rischio.
Due scenari a confronto, dalla superficie alla perforazione
Da qui la scelta di confrontare due situazioni. Nella prima un veicolo colpisce la superficie dell’asteroide creando un cratere poco profondo, dentro il quale viene fatta esplodere una testata. Nella seconda, chiamata pre-excavation detonation, un sistema di penetrazione scava prima una cavità più profonda e permette all’ordigno di esplodere dentro il corpo roccioso. In pratica quello che veniva raccontato in Armageddon, giusto senza mandare nessuno lassù con la trivella.
Le simulazioni hanno tenuto conto dell’energia del lancio, della velocità d’impatto e di tempi di allerta compresi tra uno e venti anni. Il verdetto? Il secondo metodo è quello che rende di più. Una detonazione profonda trasferisce meglio l’energia all’asteroide, tanto da poter distruggere oggetti attorno ai 100 metri oppure spostare la traiettoria di corpi fino a circa 1 chilometro di diametro, con una variazione di velocità di circa 1 metro al secondo nell’arco di 60 giorni.
Sono gli stessi ricercatori, però, a mettere le mani avanti sui limiti dello studio. Restano fuori tantissime variabili. Una missione vera dovrebbe fare i conti con la composizione dell’asteroide, con il rischio che i frammenti prodotti diventino a loro volta una minaccia e con tutte le difficoltà tecniche legate al portare un ordigno nucleare nello spazio.