La fine di Destiny 2 non sarebbe il frutto di una qualche rappresaglia di Sony ai danni di Bungie, ma il risultato di un calcolo molto più freddo e concreto. A spiegarlo è stato il giornalista di Forbes Paul Tassi, che con un nuovo aggiornamento ha smontato la teoria della presunta vendetta, riconducendo tutto a una questione di numeri. Costi da una parte, ricavi dall’altra. E quando i conti non tornano, le decisioni arrivano da sole.
Da tempo circolava l’idea che la compagnia giapponese covasse una sorta di astio verso lo studio, complici le perdite pesanti e una gestione dei titoli live service che, va detto, non ha mai davvero ingranato. Eppure non è questo il motivo che ha portato alla chiusura del supporto e ha messo in dubbio il destino dell’intera serie. La spinta, almeno stando a quanto riferito, è arrivata solo dai bilanci.
Una questione di soldi, niente di personale
Le parole di Tassi sono abbastanza dirette. “Si tratta quasi esclusivamente di una questione finanziaria. Destiny 2 è semplicemente costato più di quanto abbia fruttato”, ha scritto nel suo approfondimento. Insomma è stata “la crudele matematica, ma pur sempre la matematica” a sancire la fine del gioco. E sempre secondo il giornalista, dentro lo studio nessuno la legge come una ritorsione. Nessuno crede davvero che ci sia un regolamento di conti dietro la decisione.
C’è poi un altro punto che vale la pena chiarire. Sì, Bungie non ha brillato e non è certo il gioiello che Sony sperava di avere tra le mani, ma da qui a sostenere che venga punita per Concord e per il resto dei progetti live service il passo è lungo. “L’idea che Sony stia incolpando Bungie per Concord e per tutto il resto dei live action è decisamente azzardata”, ha aggiunto Tassi. Non c’è quindi una volontà di castigare lo studio per i piani andati storti o per i risultati sotto le attese.
I numeri che pesano sul futuro
A rendere l’idea della situazione bastano alcune cifre. Dopo l’acquisizione, Bungie ha portato a Sony una svalutazione da 750 milioni di dollari, pari a circa 690 milioni di euro, legata alle attività dello studio. Dentro ci finiscono anche i cosiddetti beni immateriali, ovvero i videogiochi stessi.
A pesare sono soprattutto le performance di Marathon e di Destiny 2, che hanno generato un tracollo se messe a confronto con i costi di produzione sostenuti. Un divario che, evidentemente, è diventato troppo ampio da giustificare. E così il futuro del franchise resta appeso a un filo, con uno studio che si ritrova a fare i conti, letteralmente, con scelte che vanno ben oltre la passione dei giocatori.