Il cyclospora è tornato al centro dell’attenzione negli Stati Uniti, dove un focolaio in rapida crescita ha spinto le autorità sanitarie a lanciare un allarme che riguarda soprattutto le insalate e i prodotti freschi consumati crudi. Sui social network circolano video di persone che svuotano il frigorifero, giurano di non mangiare più insalata e si chiedono se sia sicuro perfino il coriandolo. Una reazione forse esagerata, ma comprensibile, davanti a un patogeno che si trasmette attraverso il cibo ed è difficile da rintracciare.
La malattia si chiama cyclosporiasi ed è provocata da un parassita microscopico che infetta l’intestino tenue. Storicamente è stata collegata a frutta e verdura fresca, come lattuga, frutti di bosco, coriandolo, basilico e cipollotti. Per diverse settimane nessun alimento, marchio o fornitore era stato identificato con certezza come origine del focolaio, e questo ha alimentato panico e una valanga di meme piuttosto cupi.
Nella giornata di giovedì i Centri per il controllo delle malattie hanno reso noto di stare indagando su un possibile legame con la lattuga iceberg tritata servita in alcuni locali Taco Bell negli stati dell’Indiana, Kentucky, Michigan, Ohio e West Virginia. L’invito ai consumatori è chiaro: evitare la lattuga tritata in quei punti vendita. La catena sta rimuovendo il prodotto contaminato e collabora con il fornitore per capire se sia finito anche altrove.
I numeri raccontano la dimensione del problema. All’inizio della settimana risultavano 1.645 casi confermati in laboratorio, mentre altri 5.100 erano ancora sotto verifica. Il parassita è stato segnalato in 34 stati, con il Michigan tra le aree più colpite.
Cyclospora: sintomi, rischi e come proteggersi
Il sintomo più comune è la diarrea acquosa, spesso frequente e in certi casi definita perfino “esplosiva” dagli esperti. A questa possono aggiungersi crampi allo stomaco, nausea, perdita di appetito, gonfiore, stanchezza, vomito e febbre lieve. A differenza di infezioni più pericolose come la listeria o l’E. coli, la cyclosporiasi di solito non mette a rischio la vita. Il pericolo maggiore in questi mesi caldi è la disidratazione.
I sintomi in genere compaiono circa una settimana dopo l’esposizione, ma possono manifestarsi da due giorni fino a due settimane più tardi. Come ha spiegato Timothy Henrich, docente di medicina alla UCSF, capita spesso di avere disturbi che vanno e vengono per settimane o mesi, mentre alcune persone infette non presentano quasi alcun segno. Proprio per questo conviene farsi testare e parlare con un medico del trattamento.
Il rischio complessivo resta comunque basso per la maggior parte della popolazione. Come ha sottolineato John Openshaw, medico infettivologo alla Stanford University, non ha molto senso rinunciare del tutto alla frutta e verdura. Chi è in gravidanza o immunodepresso, però, farebbe bene a usare qualche precauzione in più. Secondo i dati, solo circa il 9% di chi contrae il parassita finisce ricoverato, e finora non risultano decessi legati al focolaio.
Per ridurre i rischi, le autorità del Michigan hanno suggerito di comprare cespi interi di lattuga anziché confezioni già pronte, scartando i primi tre strati di foglie esterne, e di cuocere le verdure a foglia quando possibile. Il lavaggio aiuta ma non elimina del tutto il parassita. L’unico metodo davvero sicuro è la cottura a una temperatura interna di almeno 70 gradi. Da evitare invece sapone, candeggina e disinfettanti sugli alimenti, così come lavatrici a raggi UV, dispositivi a ultrasuoni o all’ozono, privi di prove reali di efficacia.
Chi manifesta diarrea acquosa persistente, soprattutto se dura più di una settimana o scompare per poi ripresentarsi, dovrebbe contattare un medico. La diagnosi richiede test di laboratorio specifici, dato che il cyclospora non rientra negli esami delle feci di routine e a volte servono più campioni. Il trattamento standard è la combinazione antibiotica trimetoprim-sulfametossazolo, venduta con i nomi commerciali Bactrim e Septra.
Individuare la fonte di un focolaio parassitario di questo tipo richiede settimane, perché occorre confrontare ciò che hanno mangiato le persone ammalate e risalire lungo tutta la filiera. Un compito reso ancora più difficile dai tagli al personale e ai fondi che negli ultimi anni hanno colpito le agenzie di sanità pubblica.