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I cubi 3D in ceramica messi a punto dall’Istituto di Architettura e Media della TU Graz promettono di abbassare la temperatura degli ambienti urbani fino a 7 gradi, sfruttando un principio che l’umanità conosce da millenni, ovvero l’evaporazione dell’acqua. Nessuna centralina elettrica, nessun compressore, nessun gas refrigerante. Solo argilla, geometria e un po’ di fisica elementare portata al massimo delle sue possibilità.
L’idea arriva da un ateneo austriaco che negli ultimi anni ha lavorato molto sul rapporto tra materiali tradizionali e tecnologie digitali. La stampa 3D applicata alla ceramica non è una novità assoluta nel mondo della ricerca architettonica, ma qui viene usata per un obiettivo estremamente concreto, ovvero rendere vivibili quegli spazi urbani che d’estate si trasformano in trappole di calore. Piazze asfaltate, cortili chiusi, facciate esposte a sud. Chi vive in città sa perfettamente di cosa si parla.
Come funziona il raffrescamento senza corrente elettrica
Il meccanismo è disarmante nella sua semplicità. La ceramica porosa assorbe acqua e la trattiene all’interno della propria struttura. Quando l’aria calda attraversa il materiale, l’acqua evapora e nel farlo sottrae calore all’ambiente circostante. Il risultato è una corrente d’aria più fresca che esce dall’altro lato, senza consumo energetico e senza emissioni.
La parte interessante riguarda proprio la porosità. Non si tratta di ceramica compatta come quella di un piatto o di una tazza, ma di un materiale lavorato per essere estremamente permeabile, capace di massimizzare la superficie a contatto con l’aria. È qui che la stampa in 3D fa la differenza, perché consente di progettare al computer geometrie complesse, difficili o impossibili da ottenere con lo stampo tradizionale, e poi di realizzarle strato dopo strato con una precisione che l’artigianato manuale non potrebbe garantire su larga scala. Il formato scelto, quello del cubo, va letto in chiave architettonica. Un modulo geometrico si combina facilmente con altri moduli identici, si impila, si accosta, diventa parete o schermo. La logica è quella del mattone, aggiornata però con un compito diverso da quello di reggere un muro.
Perché il calore urbano è diventato un problema di progettazione
Il fenomeno delle isole di calore urbane non riguarda solo il comfort personale. Cemento e asfalto accumulano energia termica durante il giorno e la rilasciano lentamente di notte, mantenendo le città più calde delle campagne circostanti. La risposta più diffusa è stata per decenni il condizionatore, che però funziona spostando il calore verso l’esterno e consumando elettricità, con un effetto complessivo che peggiora il quadro generale invece di migliorarlo. Ed è proprio su questo punto che i cubi 3D della TU Graz si muovono in direzione opposta. Il raffrescamento evaporativo non produce calore di scarto, non richiede allacciamenti alla rete e utilizza un materiale disponibile praticamente in ogni parte del mondo. L’argilla si trova, si lavora, si cuoce. Non serve una filiera industriale complessa per ottenerla.
Il coinvolgimento dell’Istituto di Architettura e Media segnala anche un altro aspetto, ovvero il fatto che questi elementi non nascono soltanto come dispositivi tecnici. Sono pensati per stare dentro un progetto, per essere visti, per diventare parte del linguaggio di un edificio o di uno spazio pubblico. La differenza rispetto a un impianto nascosto in un controsoffitto è sostanziale. Il divario di 7 gradi indicato dai ricercatori austriaci rappresenta il dato più concreto di tutta la ricerca. Sette gradi in meno significano, in una giornata torrida, il passaggio da una condizione insostenibile a una tollerabile. Una soglia che cambia il modo di usare uno spazio, di attraversarlo, di fermarsi. E che si ottiene, in questo caso, con acqua e terracotta stampata in 3D.










