Comprare un computer oggi vuol dire mettere in conto una spesa che fino a poco tempo fa sembrava impensabile, e la crisi della RAM c’entra parecchio. I rincari hanno toccato praticamente ogni angolo del mondo tech, dagli smartphone alle console pensate per il gaming, con il caso della Steam Machine diventato ormai un piccolo simbolo di questa situazione. La radice del problema sta nella corsa alle memorie innescata dai colossi dell’intelligenza artificiale, impegnati a riempire nuovi data center. Solo che, stando al numero uno di Micron, una fetta di responsabilità sarebbe anche di chi quei prodotti li compra. Anzi, soprattutto sua.
Quando la voglia di risparmiare diventa un boomerang
Sanjay Mehrotra guida un gruppo che a dicembre ha deciso di mandare in pensione il marchio Crucial dopo 29 anni, perché i guadagni veri, adesso, arrivano da un’altra parte, cioè dal mondo enterprise. E proprio lui, in un’intervista rilasciata a CNBC, finisce per rovesciare la prospettiva in modo che rasenta il paradosso. Il ragionamento è questo, semplificando: negli ultimi anni i consumatori hanno cercato di spendere meno, il che è comprensibile. Di conseguenza i produttori di dispositivi hanno fatto lo stesso, comprimendo i costi lungo tutta la filiera.
Il risultato di questa catena, secondo Mehrotra, è che i prezzi dei componenti sono rimasti bassi per troppo tempo. Talmente bassi da impedire alle aziende del settore di accumulare abbastanza risorse per costruire nuovi impianti produttivi. Le sue parole sono piuttosto dirette quando ammette che alcuni clienti hanno contribuito a una forte riduzione dei prezzi nel loro ambito, al punto che le aziende stavano perdendo denaro e non potevano più permetterselo. Un impatto pesante sulla capacità di investire, insomma. La colpa, quindi, non sarebbe tanto della domanda esplosiva dell’intelligenza artificiale, ma di chi negli anni scorsi ha tenuto il portafoglio ben stretto.
Una carenza che durerà ancora a lungo
Sul fronte pratico, le notizie non sono incoraggianti per chi spera in un ritorno alla normalità nel breve periodo. Per quanto riguarda la carenza di memorie, il CEO di Micron mette le mani avanti e prevede che la situazione possa trascinarsi almeno fino al 2027. Non è il solo a pensarla così, visto che diversi analisti condividono la stessa previsione. Costruire fabbriche nuove richiede tempo, tanto tempo, e le tecnologie di ultima generazione sono complicate da mettere in piedi.
C’è però un dettaglio che stona un po’ con il tono preoccupato del discorso. A Micron questa fase, tutto sommato, non dispiace granché. Da quando ha iniziato a soffiare aria di crisi, le azioni del gruppo hanno messo a segno un balzo dell’800%. Un numero che, da solo, racconta parecchio di quanto la scarsità possa trasformarsi in un ottimo affare per chi produce i componenti. E mentre i prezzi restano alti e la disponibilità continua a scarseggiare, chi deve assemblare un computer o cambiare smartphone si ritrova a fare i conti con una catena di rincari che sembra tutt’altro che vicina alla fine.