Vai al contenuto
Offerte

Colonnine di ricarica, l’UE finanzia ma la Cina domina il mercato

In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni

Il paradosso delle colonnine di ricarica in Europa si riassume in poche righe: mentre Bruxelles affila le armi commerciali contro le auto elettriche cinesi, minaccia dazi e promette barricate a difesa dei costruttori del continente, la stessa Unione pubblica le linee guida per allentare i vincoli di bilancio e spingere i governi a finanziare a pioggia l’infrastruttura di ricarica, domestica e pubblica. Sulla carta sembra una strategia coerente. Nella pratica assomiglia più al preludio di un corto circuito industriale, perché se c’è un terreno su cui la Cina ha un vantaggio ancora più netto rispetto alle automobili, è proprio tutto ciò che sta attorno all’automobile.

Il piano di flessibilità approvato a Bruxelles è esplicito. Gli Stati membri potranno sforare i parametri di spesa per erogare sovvenzioni su wallbox da garage, stazioni di ricarica rapida per le imprese, batterie di accumulo domestico e pompe di calore. L’obiettivo dichiarato è nobile, cioè costruire finalmente l’infrastruttura che rende utilizzabile la mobilità elettrica. Poi però arriva la domanda scomoda: quando un cittadino, un’azienda o un Comune italiano deciderà di accedere a questi incentivi, quale colonnina installerà davvero? E quale batteria abbinerà ai pannelli solari?

Chi produce davvero l’hardware della transizione

La risposta la conosce chiunque abbia dato un’occhiata ai listini. Consumatori e amministrazioni cercheranno il miglior rapporto tra prezzo e prestazioni, e sul mercato dell’hardware elettrico la Cina non ha rivali. Gruppi come Star Charge, Autel o Sinexcel stanno già inondando il mercato europeo con colonnine e wallbox a costi contro cui i produttori del continente faticano enormemente a competere. L’illusione dei burocrati europei sta tutta qui, nel credere che la partita della sovranità industriale si giochi soltanto dentro i cancelli degli stabilimenti dove si assemblano le automobili. Basta allargare lo sguardo per capire che l’intero ecosistema tecnologico necessario a dire addio al petrolio è già saldamente in mani asiatiche. Sui pannelli solari la Cina controlla ormai oltre l’80% della catena di approvvigionamento globale. Sui sistemi di accumulo, indispensabili per immagazzinare energia domestica e industriale, i leader mondiali indiscussi si chiamano CATL e BYD. Anche sulle pompe di calore, che i fondi europei spingeranno per sostituire le vecchie caldaie a gas, colossi della climatizzazione come Midea e Gree stanno divorando quote di mercato a ritmi impressionanti.

E le colonnine? Anche quando l’involucro esterno porta il logo di un’azienda locale, l’elettronica di potenza e i componenti chiave che gestiscono l’energia arrivano quasi integralmente dalla filiera di Shenzhen. Il risultato è un paradosso quasi grottesco: si useranno i margini di bilancio concessi da Bruxelles e le tasse dei cittadini europei per comprare tecnologia asiatica, con l’obiettivo di ricaricare quelle stesse vetture che si cerca disperatamente di far costruire nel Vecchio Continente.

La nota a piè di pagina che sembra una confessione

Che a Bruxelles la trappola sia ben nota lo dimostra un dettaglio quasi invisibile. Nella nota a piè di pagina numero 2 del documento ufficiale, la Commissione avverte che “bisognerebbe prestare particolare attenzione alla progettazione delle misure per evitare di generare una dipendenza eccessiva dai singoli fornitori oppure nuove dipendenze strategiche”. Un buon proposito, certo, ma senza vere armi a sostegno. Il confronto con gli Stati Uniti è impietoso. Con l’Inflation Reduction Act Washington ha fissato una regola ferrea, secondo cui gli incentivi statali scattano solo se i componenti sono estratti, lavorati o costruiti sul suolo americano. L’Europa, invece, continua a muoversi con un approccio burocratico e privo di un vero protezionismo strutturale sull’hardware.

La transizione energetica doveva servire a liberare il continente dai ricatti dei Paesi produttori di petrolio e gas. Il rischio concreto è di sostituire la dipendenza dal greggio con quella dalla tecnologia e dai componenti cinesi. Se le regole di ingaggio per accedere ai nuovi fondi europei non prevederanno clausole vincolanti sul valore aggiunto prodotto in Europa, i cosiddetti requisiti di local content, l’allentamento del patto di stabilità finirà per finanziare l’ennesimo stimolo all’economia cinese. Con il conto pagato direttamente dai contribuenti europei.

Condividi:
21 Condivisioni