Chrome è più veloce che mai, e stavolta Google non si è limitata a buttare lì la solita frase ad effetto. Ha tirato fuori i numeri, i grafici, i dati dei benchmark, e ha pure spiegato cosa ha messo mano sotto il cofano per arrivarci. Una mossa che non capita tutti i giorni, visto che di solito le aziende preferiscono vantarsi del risultato senza scendere troppo nei dettagli.
I test sono stati fatti su un MacBook Pro con chip M5, usando due strumenti che nel settore ormai sono pane quotidiano: Speedometer 3.1 e Jetstream 3. Quest’ultimo, tra l’altro, è uno strumento sviluppato insieme ad Apple, Mozilla e ad altri produttori di motori browser, quindi non proprio un metro di giudizio fatto in casa per uscirne bene.
Cosa dicono davvero i numeri
I risultati raccontano di un miglioramento del 5% su Speedometer rispetto all’anno scorso, con un punteggio complessivo che si attesta sul 61, e di un più 10% su Jetstream. Detto così potrebbe sembrare poco, e in effetti non parliamo di salti clamorosi. Ma c’è un però: quando un browser parte già da basi solide, ritoccare le prestazioni con una cifra a due numeri non è affatto scontato. Più si è vicini al limite, più ogni punto guadagnato costa fatica.
La cosa interessante, comunque, è proprio la trasparenza. Google ha deciso di mettere le carte in tavola e di raccontare dove ha lavorato, non solo che è andata bene. Due le aree principali su cui si è concentrata: il motore JavaScript e WebAssembly.
Il lavoro sotto il cofano
Sul versante JavaScript, il team ha fatto in modo che il motore prenda decisioni più furbe mentre carica le pagine, soprattutto per quelle operazioni che si ripetono in continuazione. In parole povere, ora il motore sceglie scorciatoie dove può, evitando di sprecare lavoro inutile. Un risparmio che, sommato pezzo per pezzo, si sente.
Su WebAssembly il discorso si fa un filo più tecnico. Si tratta della parte che gestisce il codice a basso livello per le operazioni più pesanti, comprese quelle legate all’intelligenza artificiale. Qui Google ha reso più efficiente il passaggio di dati tra JavaScript e WebAssembly, togliendo di mezzo passaggi ridondanti e rendendo tutto più lineare. E non finisce qui, perché è stato ottimizzato anche il motore di rendering del testo, quello che incide direttamente sui tempi di caricamento visivo delle pagine. Insomma, su quanto velocemente vedi comparire i contenuti davanti agli occhi.
Una differenza rispetto all’anno scorso però salta all’occhio. Nel precedente annuncio sui benchmark, Google aveva tradotto i miglioramenti in un numero da titolone, sostenendo di aver fatto risparmiare 116 milioni di ore agli utenti sparsi per il mondo. Stavolta quella cifra non c’è. Non è chiaro se sia una scelta di tono più misurato oppure se i progressi di quest’anno siano semplicemente più difficili da impacchettare in una metrica così ad effetto.