La guerra dei chip ha sempre avuto un protagonista chiaro nello scenario internazionale: la Cina contro gli Stati Uniti, con Pechino impegnata in una rincorsa lenta ma costante verso l’autosufficienza tecnologica. Solo che, a guardare meglio, c’è un dettaglio che ribalta tutta la narrazione. Un’inchiesta del Financial Times mette in luce una realtà ben più complicata: il piano ambizioso del governo cinese per creare dei “campioni nazionali” dei semiconduttori sta sbattendo contro un muro inaspettato. E quel muro non si trova a Washington, ma dentro i confini stessi del Paese.
L’idea di Pechino, in fondo, è sempre stata limpida. Consolidare un’industria frammentata in pochi giganti statali capaci di tenere testa alle aziende occidentali. Concentrare gli investimenti su poche realtà strategiche serviva a costruire una catena di approvvigionamento più efficiente e più resistente ai veti americani. Con un conglomerato più compatto, difendersi dalle turbolenze commerciali che arrivano dall’esterno sarebbe stato molto più semplice.
Cina: quando la fusione salta e arrivano le aziende zombie
Il primo intoppo è arrivato l’anno scorso, quando il governo ha provato a orchestrare una megafusione tra diversi produttori di apparecchiature per chip. Le trattative sono naufragate per l’opposizione delle stesse imprese e dei loro investitori, incapaci di mettersi d’accordo su valutazione e struttura proprietaria. Una fonte lo ha riassunto bene: i potenziali venditori non vogliono vendere in perdita e i compratori non vogliono pagare un sovrapprezzo. Un classico stallo.
Poi c’è quella che potremmo chiamare la trappola dell’involuzione. Nonostante un PIL cresciuto intorno al 5% nel 2025, i profitti dell’industria in tutta la Cina sono saliti appena dello 0,6% nello stesso periodo. I funzionari cinesi parlano di neijuan, ossia “involuzione”: una concorrenza disordinata che spinge le aziende a tagliare i prezzi in modo insostenibile pur di non perdere quote di mercato, fino a vendere sotto il costo di produzione. Una guerra dei prezzi che colpisce settori sostenuti dalla politica statale come i veicoli elettrici, il fotovoltaico e, appunto, i semiconduttori.
Al centro di questa trappola ci sono le cosiddette aziende zombie. Realtà che sopravvivono grazie alla rinegoziazione dei debiti da parte delle banche e ai generosi sussidi dei governi locali, interessati soprattutto a evitare licenziamenti di massa. Nel 2024 rappresentavano oltre il 12% delle società quotate in Cina, il doppio della media globale, e detenevano il 16% degli attivi aziendali non finanziari. Senza barriere da difendere, trascinano anche le imprese che innovano in una guerra dei prezzi che ne distrugge i margini.
La purga, il protezionismo locale e gli esempi dei vicini
Davanti a questo danno, la massima autorità di regolamentazione del mercato cinese è intervenuta con un programma pilota partito in primavera. Attivo in sette grandi centri economici, tra cui Pechino, Canton e Sichuan, punta a facilitare l’uscita delle imprese. Come? L’amministrazione può ora chiedere ai tribunali la liquidazione obbligatoria di queste entità se falliscono nel tentativo di chiudere volontariamente.
Il nodo si fa più complicato nel settore delle fonderie, dove SMIC è uno dei nomi di punta. Molti di questi impianti sono partecipati da governi locali che hanno investito nell’ultimo decennio. Il problema è che non vogliono vendere in grave perdita, perché rischierebbero un’accusa di “dilapidazione degli asset del Paese”. Questa resistenza ha provocato una sovrabbondanza di offerta nei chip a nodi maturi e una concorrenza sui prezzi piuttosto aggressiva, cosa che frena la redditività e gli investimenti nelle tecnologie più avanzate. Proprio quelle in cui la Cina vorrebbe primeggiare.
Il contrasto con i vicini è impietoso. Il Giappone ha fatto l’esatto opposto: ha unito le sue aziende più importanti sotto un’unica bandiera per creare un leader nazionale, Rapidus, che ambisce a sfidare TSMC e Samsung. Un modello di consolidamento riuscito che Pechino, per ora, non riesce a replicare. E poi c’è il caso sudcoreano di SK Hynix. Dopo la crisi del 1997 era considerata un’azienda zombie, soffocata dai debiti e in mano ai creditori. Acquisita da SK Group nel 2011, è rinata in modo spettacolare: oggi controlla più della metà del mercato dei chip di memoria HBM, diventando l’alleata indispensabile di Nvidia per l’intelligenza artificiale.
Resta il paradosso di fondo. Nonostante la volontà di Pechino e gli investimenti messi sul piatto, le dispute sulle valutazioni e il protezionismo dei governi locali si stanno rivelando un ostacolo tanto quanto il veto statunitense. Il nuovo nemico della Cina nella guerra dei chip, paradossalmente, potrebbe essere proprio la Cina stessa.


