ChatGPT che consiglia un negozio fasullo e finisce, senza volerlo, per fare da megafono ai truffatori. È uno scenario nuovo, ma sempre più frequente, perché tantissime persone ormai chiedono pareri sugli acquisti direttamente all’intelligenza artificiale. E i criminali informatici lo hanno capito benissimo: il loro obiettivo è infilarsi nei risultati generati dai chatbot, così da spingere gli utenti a lasciare i propri dati su shop falsi. Tutto sfruttando una fiducia che, diciamolo, spesso è davvero eccessiva.
Quando l’intelligenza artificiale viene avvelenata
Il problema nasce da un meccanismo che ha un nome preciso: l’avvelenamento dei dati. In pratica si tratta di riempire la rete di contenuti falsi per condizionare le risposte dei sistemi AI. Funziona così: l’utente chiede al chatbot dove trovare l’offerta migliore per un certo prodotto, e quello, in tutta tranquillità, suggerisce siti clone oppure portali apertamente truffaldini, magari con prezzi ridicolmente bassi.
Questi siti sono costruiti per ingannare. Copiano l’aspetto dei negozi veri, offrono un’esperienza di navigazione tutto sommato decente e, soprattutto, calamitano l’attenzione con sconti enormi, in certi casi fino all’80%. Sconti che attirano prima i chatbot e poi, di conseguenza, le persone. Chi non conosce a fondo il funzionamento di questi strumenti rischia di fidarsi ciecamente, senza immaginare che i dati su cui si basano possono essere manipolati o, nel migliore dei casi, semplicemente “allucinati”.
Il caso Russell & Bromley e i segnali da non ignorare
Un esempio concreto riguarda il rivenditore britannico di scarpe e borse Russell & Bromley. La ricercatrice Anna Jones di Ask Silver ha spiegato come i truffatori abbiano sfruttato una situazione molto particolare. L’azienda è entrata in amministrazione controllata nel gennaio 2026 ed è stata poi assorbita da Next. Risultato: non esiste più un sito ufficiale Russell & Bromley, eppure è probabile che molti potenziali clienti continuino comunque a cercarlo online.