La parola che fa più paura agli abitanti del sud di León è una sola: vento. Attorno alla macrocentrale di biomassa progettata ai piedi della città si è acceso uno scontro che ha portato centinaia di persone in piazza, perché temono che quando il vento cambierà direzione l’aria porterà odori e sostanze nocive verso i loro quartieri. Mercoledì, nella centralissima piazza di San Marcelo, è risuonato un grido diretto al sindaco: “Dove sei?”.
Non è stata una protesta isolata. Gli abitanti di La Lastra e Puente Castro hanno unito le forze in una mobilitazione comune che racconta lo stato d’animo dei quartieri meridionali davanti a un impatto ambientale ormai vicino. Ruth Sanz, portavoce dei residenti di La Lastra, lo ha messo nero su bianco: il vero problema arriverà “quando il vento cambierà di direzione”. Lo slogan riassume tutto, “la nostra salute non si vende”, e la richiesta è una sola, fermare le ruspe.
Centrale di biomassa a León: una rete di calore che divide la città
Per capire da dove nasce la rabbia bisogna guardare agli uffici. Il progetto è spinto dalla Junta de Castilla y León e dal Comune, con l’idea di creare una “Rete di Calore Sostenibile”. Attraverso Somacyl, l’amministrazione regionale vuole costruire una centrale termica capace di fornire riscaldamento e acqua calda a oltre 28.000 abitazioni e 150 edifici del capoluogo. Ma c’è anche un nodo politico. I residenti accusano il sindaco socialista, José Antonio Diez, di una palese incoerenza: quando era all’opposizione guidava le proteste contro un impianto di biomassa simile a Cantamilanos, e ora dà il via libera a un’installazione sette volte più grande.
A far salire la tensione è anche il modo in cui tutto è stato gestito. La Junta ha portato avanti questo enorme complesso di 22 ettari, collocato proprio ai piedi della città, accanto al cimitero comunale e ai fiumi Torío e Bernesga, sotto la controversa formula del “Progetto Regionale”. Una mossa amministrativa che serve a “blindare” il complesso, unificare i contratti in via d’urgenza, accelerare gli espropri e aggirare gli ostacoli urbanistici locali.
Energia verde o rischio ambientale
Il progetto di biomassa mette di fronte due racconti opposti. Nella versione ufficiale è l’iniziativa ecologica per eccellenza, perché le amministrazioni la presentano come infrastruttura chiave per la decarbonizzazione. Promettono di spegnere progressivamente più di 1.200 caldaie a combustibili fossili, di evitare l’emissione di 35.000 tonnellate di CO₂ all’anno e di far risparmiare alle comunità di vicinato tra il 20 e il 30 per cento sulla bolletta.
Il rovescio della medaglia lo portano i difensori dell’ambiente. Secondo le osservazioni presentate da Ecologistas en Acción, un impianto di queste dimensioni vicino a zone abitate è insostenibile. La combustione su scala industriale, avvertono, libererà nell’aria “benzopirene, metalli pesanti e particolato”. E poi c’è la questione delle risorse: il complesso ingoierà fino a 128.000 tonnellate l’anno di cippato forestale, un volume che rischia di sovrasfruttare i boschi, e consumerà 35.000 metri cubi di acqua dalla rete urbana, senza che il Comune abbia prodotto relazioni tecniche capaci di garantire che la fornitura ai cittadini non ne risenta.
Numeri enormi e battaglia nei tribunali
Le dimensioni si capiscono solo guardando i dati. L’orizzonte del sud di León cambierà con quattro enormi ciminiere alte 35 metri, l’equivalente di un palazzo di undici piani. L’attività dei forni produrrà ogni anno 4.480 tonnellate di cenere, scorie e polvere, e porterà un viavai quotidiano di fino a 20 camion pesanti nel quartiere. Con un impatto simile, la partita si è spostata anche nelle aule. Il progetto è profondamente giudiziarizzato: vicini ed ecologisti aspettano che il tribunale decida su un ricorso presentato contro le licenze comunali concesse per la rete di tubature.
L’opacità del processo ha alimentato i sospetti. La portavoce ha denunciato in piazza San Marcelo che i lavori sono partiti “senza le licenze necessarie”, definendo l’operazione “un affare per due”. La diffidenza è arrivata al punto che i residenti prevedono che questo caso “salterà in aria” come accadde con la nota “Trama Eolica”, a dimostrazione che dietro ci sarebbero interessi di alcune persone e non il bene comune.
Intanto il tempo scorre. C’è un limite legale di cinque anni perché le infrastrutture prendano forma, altrimenti il progetto decadrà definitivamente. Da un lato il sogno istituzionale di una città pioniera in Europa per la transizione energetica e l’indipendenza termica, dall’altro il timore di migliaia di famiglie che vedono installarsi un mostro industriale davanti casa. Nei prossimi anni si deciderà l’esito, e fino ad allora i quartieri del sud continueranno a scendere in strada, guardando il cielo con sospetto e sperando che la giustizia agisca prima che cambi il vento.