Curare la cecità potrebbe passare dallo spazio, e non è uno scherzo. Da anni la ricerca spaziale viene messa sotto accusa: ha senso spendere cifre enormi per studiare cosa succede oltre l’atmosfera? Dipende da chi risponde, certo. Ma una cosa è abbastanza chiara, e cioè che parecchio di quello che si studia là fuori finisce per avere ricadute concrete qui sotto. Un esempio? Alcuni esperimenti condotti sulla Stazione Spaziale Internazionale stanno aprendo strade nuove per trattare certi tipi di cecità sul nostro pianeta.
A portare avanti questo lavoro, negli ultimi 10 anni, è stata l’azienda LambdaVision, in collaborazione con Tango Space, fornitore di servizi commerciali del Laboratorio Nazionale della Stazione. In poche parole, questa impresa costruisce retine artificiali pensate per restituire la vista a chi soffre di degenerazione maculare legata all’età o di retinite pigmentosa. Non è un’idea nuova in assoluto: sulla Terra se ne discute da tempo. Solo che il procedimento porta con sé alcuni ostacoli che, guarda caso, nello spazio si risolvono parecchio meglio.
Retine artificiali: perché la microgravità fa la differenza
Negli ultimi 9 anni si sono susseguite 10 missioni di ricerca a bordo della Stazione, tutte dedicate a perfezionare lo sviluppo di queste retine in condizioni di microgravità. E i risultati si sono visti: maggiore uniformità, miglior rendimento ottico, processi più riproducibili. Non solo. Serve anche meno materiale, il che taglia i costi e, allo stesso tempo, migliora la biocompatibilità del prodotto finale.
Sia la degenerazione maculare che la retinite pigmentosa colpiscono la vista perché provocano la perdita delle cellule fotorecettrici della retina. Di solito sono proprio queste cellule a catturare la luce che entra nell’occhio e a trasformarla in segnali elettrici, che poi viaggiano lungo il nervo ottico fino al cervello. Se si danneggiano, i segnali non partono come dovrebbero e la visione si offusca o sparisce del tutto.
Da qui l’idea di lavorare con la bacteriorodopsina, una proteina che alcuni batteri estremofili usano per ricavare energia dalla luce. Un meccanismo, in fondo, non così lontano da quello della retina: la luce diventa energia, e quell’energia può servire a mandare segnali al cervello. Ecco perché con questa proteina si possono costruire retine artificiali.
Il problema della gravità e la soluzione orbitale
Detta in modo semplice, le retine artificiali sono fatte di centinaia di strati di bacteriorodopsina, impilati uno sopra l’altro. Il procedimento, però, è un po’ più articolato. Si parte da un substrato immerso in un becher, dove vengono depositati la proteina, un polimero che aiuta gli strati a fissarsi e una soluzione di lavaggio. Strato dopo strato, prende forma la retina definitiva.
E qui arriva il punto dolente. Funziona come lo zucchero nel caffè: se non mescoli di continuo, finisce sul fondo della tazza. Nel becher succede lo stesso, le molecole più dense scendono verso il basso. In più, proprio per quella differenza di densità, si formano correnti di convezione che rendono il rivestimento irregolare. Gli strati, insomma, non vengono mai uguali. E questo è un guaio, perché la luce non si distribuisce in modo omogeneo e le immagini risultano distorte. La soluzione, finora, era ritagliare solo la porzione più uniforme e buttare via il resto: uno spreco enorme di materiale e un bel problema quando si tratta di produrre su larga scala.
Tutti questi inconvenienti nascono dalla gravità. Togli quella spinta verso il basso e lo zucchero, semplicemente, non va più a fondo. Per questo, quattro anni fa, LambdaVision si è alleata con Space Tango per sfruttare il loro CubeLab, un modulo compatto in cui gli esperimenti girano in automatico. Al posto del substrato e del becher si usano una sacca con il liquido e una camera con il substrato, e la soluzione viene pompata dentro in modo alternato.
I vantaggi non finiscono qui. Il processo è automatico: una volta avviato, non serve che intervenga nessun astronauta. Anzi, se qualcosa va storto, tutto si ferma e parte un avviso verso la Terra, da dove si possono cercare e applicare soluzioni a distanza. E poi c’è la questione spazio: macchinari e materiali sono compattissimi, occupano pochissimo a bordo della Stazione, e questo permette di ottenere molte retine con un ingombro minimo.
Per la fine di quest’anno LambdaVision punta a lanciare una nuova missione, con l’obiettivo di aumentare i volumi e ottimizzare i procedimenti. Se tutto fila liscio, i test preclinici potrebbero partire tra la fine del 2027 e l’inizio del 2028. La strada per arrivare a usare davvero queste retine artificiali contro la cecità è ancora lunga, ma la ricerca procede a gonfie vele.