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Il cinema per bambini è cambiato profondamente, e basta guardare la distanza che separa il trauma di Bambi dalla paura di spaventare i più piccoli per capirlo. Un tempo le storie per l’infanzia non avevano timore di mettere i bambini di fronte all’irreversibilità della morte o a temi sociali complicatissimi. Oggi invece sembra prevalere l’idea che qualsiasi turbamento vada evitato, e questo racconta molto di una società diventata iperprotettiva.
Durante l’epoca d’oro dell’animazione firmata Disney, personaggi come Ursula, Scar, Jafar o il giudice Frollo avevano una presenza davvero intimidatoria, motivazioni chiare e una personalità memorabile. Questi cattivi rappresentavano concetti crudi e reali come il male, l’egoismo e l’ambizione pura, senza bisogno di un passato triste per giustificare le loro azioni crudeli. I finali erano definitivi e d’impatto: Scar finiva divorato dalle sue stesse iene ne Il re leone, Clayton moriva impiccato per sbaglio in Tarzan, e l’implacabile Frollo cadeva tra le fiamme ne Il gobbo di Notre Dame. Vedere il giudice Frollo cantare davanti a un camino della sua lussuria e del desiderio di bruciare tutta Parigi è una sequenza semplicemente impensabile con gli standard creativi di adesso.
Le narrazioni attuali, al contrario, scelgono di presentare il cattivo insieme a un rapido flashback di due minuti pensato solo per generare empatia e far sentire lo spettatore a suo agio nel perdonarlo. Oggi gli antagonisti lo sono quasi soltanto per un conflitto interiore, oppure si nascondono dietro le sembianze di persone buone per quasi tutto il film, rivelando la loro cattiveria improvvisa solo alla fine, come succede con Hans in Frozen, con la vicesindaco in Zootropolis o negli eventi di Raya e l’ultimo drago. Il conflitto principale sullo schermo ha smesso di riguardare la sconfitta del male per concentrarsi quasi esclusivamente sulla gestione dell’ansia, della pressione familiare o di qualche trauma. Pur trattandosi di prodotti di ottima qualità, questo approccio tutto interiore ha fatto perdere completamente il senso reale del pericolo.
La paura del silenzio e l’intolleranza alla tragedia
Il cinema per l’infanzia di qualche decennio fa non temeva di esporre i più piccoli alla morte o a questioni profondamente complesse. In classici come Bambi, dopo l’eco di uno sparo, il Grande Principe informa il cerbiatto che la madre non potrà tornare perché gli uomini l’hanno portata via. Quel momento preciso culmina con un silenzio fitto nel bosco, un espediente narrativo che costringe il bambino a elaborare una vera tragedia.
Allo stesso modo, ne Il re leone il giovane Simba deve affrontare un lutto durissimo dopo l’assassinio del padre Mufasa, con la perdita improvvisa della casa, dell’identità e del sostegno della comunità. Il senso di colpa di Simba e il modo in cui Scar manipola la situazione offrivano lezioni molto dure, ma insegnavano che le perdite esistono davvero, lasciando il messaggio importante che guarire non significa dimenticare il passato, bensì avere il coraggio di affrontarlo. Altri film non addolcivano la crudeltà del mondo: Dumbo mostrava la sofferenza di una madre incatenata e trattata come un mostro, oltre a sequenze inquietanti come quella degli elefanti rosa. Pocahontas presentava razzismo esplicito, l’uccisione di Kocoum con uno sparo a bruciapelo ed eserciti pronti a sterminarsi a vicenda solo perché diversi. La Disney di allora si fidava, credeva che un bambino di otto anni fosse perfettamente in grado di capire l’odio o l’ingiustizia senza bisogno di edulcorarli.
Oggi il cinema ha una paura profonda del silenzio. Invece di lasciare che le emozioni pesino e respirino, le scene tristi contemporanee si riempiono in fretta di melodie di pianoforte malinconiche, primi piani del personaggio che piange o dialoghi che spiegano direttamente la morale di turno. Eliminando il silenzio si evita che il bambino impari a stare da solo con le proprie emozioni. Basti pensare all’impatto della strega di Biancaneve: poteva causare una paura irrazionale e incubi ricorrenti, tanto che alcuni genitori arrivavano a rituali assurdi come disegnarla per far dormire i figli, eppure il terrore e la fascinazione convivevano e quei film si guardavano di continuo.
Tutta questa trasformazione ha una fortissima radice commerciale, dettata da internet e dalle piattaforme. Inserire conflitti profondi, paure o pause silenziose comporta oggi un grande rischio: il bambino potrebbe spaventarsi o annoiarsi e cambiare canale, e questo si traduce subito in perdita di denaro. In fondo è il riflesso della iperprotezione installata nella società di adesso. In un contesto scolastico dove alcuni genitori vanno a scontrarsi con gli insegnanti per i voti dei figli, sconfessando i docenti per dare ragione al bambino, è naturale che al cinema non si tolleri un cattivo capace di provocare frustrazione o lacrime. Si crede erroneamente che proteggerli da qualsiasi disagio sia una vittoria, quando in realtà si tolgono loro gli strumenti per gestire la frustrazione e le emozioni.
Fonte: TecnoAndroid








