La parola ibridazione quando entra nel mondo dei carri armati cambia completamente significato. Niente etichette ecologiche, niente bollini per circolare in città. Qui si parla di guerra, di silenzio e di sopravvivenza. I tank ibridi stanno diventando una delle trasformazioni più importanti dell’ingegneria militare moderna, e il motivo è tanto semplice quanto inquietante: avvicinarsi al nemico senza farsi sentire.
Non è una novità assoluta, va detto. Già nel 1917 il carro francese Saint-Chamond sperimentava soluzioni di questo tipo. Solo che oggi le grandi potenze ci stanno puntando sul serio, e perfino un marchio come Rolls-Royce ha messo le mani su progetti pensati per il futuro carro europeo MGCS.
Carri armati ibridi: addio al rombo del diesel, benvenuto modo furtivo
L’obiettivo dell’ibridazione militare non ha quasi nulla a che vedere con le emissioni, come si può immaginare. Il punto è ottenere capacità stealth, ovvero la possibilità di muoversi quasi invisibili. I motori diesel tradizionali generano un rumore costante, percepibile anche a chilometri di distanza. Con un sistema ibrido invece si può spegnere il motore termico e procedere temporaneamente solo a batteria, in modalità 100 per cento elettrica. Il risultato è un mezzo praticamente inudibile mentre si avvicina alle posizioni nemiche o svolge attività di ricognizione.
C’è poi la questione della firma termica. Il calore emesso dal motore è la via principale che i sistemi di guida a infrarossi usano per agganciare un carro armato. In modalità elettrica il mezzo si raffredda, e questo rende molto più difficile individuarlo con visori termici e droni. A tutto questo si aggiunge un vantaggio energetico non da poco: le batterie forniscono un grande flusso di corrente per alimentare sistemi pesanti come la guerra elettronica o le difese attive, senza dover tenere acceso e al minimo il motore a combustione.
E poi c’è l’efficienza. Il consumo di carburante può scendere fino al 50 per cento. Sembra un dettaglio, ma non lo è affatto: il trasporto di carburante è sempre stato una delle operazioni più vulnerabili e pericolose nelle guerre moderne. Meno rifornimenti significa meno punti deboli sulla logistica.
Non è tutto rose e fiori, però. Implementare l’ibridazione su larga scala porta con sé problemi di ingegneria che toccano la sicurezza. Se in un’auto elettrica una collisione può già essere pericolosa, in un carro armato la faccenda si complica parecchio. Le batterie agli ioni di litio, se perforate, possono andare incontro a fuga termica e prendere fuoco in modo incontrollabile. A questo si aggiunge il peso extra dovuto alle batterie e la manutenzione richiesta sul campo di battaglia.
I carri armati ibridi di Stati Uniti, Cina ed Europa
Il panorama attuale racconta già parecchio. M1E3 Abrams, progettato dall’esercito statunitense insieme a Roush, sostituisce la vecchia e assetata turbina con un sistema ibrido diesel-elettrico. Diventa così tra il 20 e il 30 per cento più leggero rispetto ai modelli precedenti e dimezza il fabbisogno di carburante.
Sul fronte cinese c’è lo ZTZ-100, conosciuto anche come Tipo 100. Si tratta di un blindato di quarta generazione che pesa tra le 35 e le 45 tonnellate. Monta un motore diesel-elettrico da 1.500 cavalli, con un’attenzione particolare agli avvicinamenti silenziosi e alla guerra in rete.
In Europa invece c’è il programma MGCS, il Sistema Principale di Combattimento Terrestre franco-tedesco. Qui entra in gioco un motore ibrido a 10 cilindri a V sviluppato da Rolls-Royce, abbinato a una trasmissione ZF, ottimizzato per le dinamiche estreme dei combattimenti odierni.