Il canone di occupazione del suolo applicato alla fibra ottica sta diventando un problema serio, soprattutto per i territori più piccoli del Paese. Una norma che in origine era stata pensata per chi effettivamente occupa il sottosuolo con infrastrutture fisiche viene oggi applicata anche a soggetti che non hanno mai aperto un cantiere stradale né posato un singolo cavo. Ed è proprio qui che la questione si fa spinosa, perché le conseguenze ricadono su chi meno se lo aspetta: gli abitanti dei piccoli comuni.
Il meccanismo è tanto semplice quanto paradossale. Gli operatori virtuali, quelli che non possiedono una rete proprietaria ma utilizzano infrastrutture altrui per offrire servizi di connettività, si trovano a ricevere cartelle di pagamento legate al canone di occupazione del suolo. Parliamo di aziende che non hanno mai scavato una trincea, non hanno mai installato un tubo corrugato sotto l’asfalto di nessuna via comunale. Eppure, secondo l’interpretazione corrente della norma, anche loro sarebbero tenuti a versare questo tributo.
I tribunali danno ragione agli operatori, ma le cartelle continuano ad arrivare
La cosa interessante è che, quando la questione finisce davanti ai tribunali, i giudici tendono a dare ragione agli operatori virtuali. Il ragionamento è lineare: se un soggetto non occupa materialmente il sottosuolo, non dovrebbe essere tenuto a pagare un canone legato proprio a quell’occupazione fisica. Sembra una conclusione di buon senso, e in effetti lo è. Ma nonostante questi pronunciamenti favorevoli, le cartelle di pagamento continuano a fioccare con regolarità quasi automatica. Manca un chiarimento normativo definitivo, uno di quelli che taglia la testa al toro una volta per tutte, e nel frattempo il meccanismo va avanti per inerzia.
Il canone di occupazione del suolo per la fibra si trasforma così in quello che qualcuno non ha esitato a definire un obbrobrio giuridico. Una situazione in cui la legge dice una cosa, i tribunali ne confermano un’altra, e l’apparato burocratico procede per conto proprio senza tenere conto di nessuna delle due. È il tipo di cortocircuito normativo che in Italia si conosce bene, ma che in questo caso ha effetti molto concreti sul tessuto economico locale.
Perché a rimetterci sono proprio i piccoli comuni
Il punto davvero critico riguarda le ricadute pratiche di tutta questa vicenda. Quando un operatore virtuale riceve una cartella relativa al canone di occupazione del suolo, la reazione più naturale è quella di evitare di investire in quel territorio. Perché prendersi il rischio di offrire servizi in un comune dove, oltre ai normali costi operativi, bisogna anche fare i conti con un tributo contestato ma comunque esigibile?
Il risultato è facile da immaginare. I piccoli comuni, quelli che più di tutti avrebbero bisogno di una sana concorrenza tra operatori per avere prezzi accessibili e una copertura in fibra decente, finiscono per essere i più penalizzati. Meno operatori disposti a entrare nel mercato locale significa meno offerte, meno competizione sui prezzi e, alla fine, un servizio peggiore per i cittadini. Proprio quelle comunità che il legislatore dovrebbe proteggere con più attenzione diventano le vittime collaterali di una norma applicata in modo distorto.