Il buco nell’ozono e la sua riduzione restano uno dei pochi successi ambientali di portata globale, ma uno studio recente suggerisce che il danno alla fascia di ozono avrebbe potuto essere individuato con largo anticipo, forse decenni prima di quanto sia realmente accaduto. La ricerca, guidata da Jian Guan del MIT, parte da una domanda affascinante: con gli strumenti scientifici di oggi, sarebbe stato possibile accorgersi del problema molto prima?
Per capire la portata della cosa serve un passo indietro. Che i clorofluorocarburi, i famosi CFC usati nelle bombolette spray e nei circuiti di refrigerazione, potessero distruggere l’ozono in atmosfera venne scoperto nel 1974. Nel giro di pochissimi anni partirono i primi divieti, basati sulle conseguenze previste. La scoperta del cosiddetto buco stagionale sopra l’Antartide, nel 1985, accelerò ulteriormente le cose, e nel 1987 venne firmato un accordo internazionale per eliminare i CFC ovunque.
Buco dell’ozono, non solo CFC: il colpevole dimenticato
Qui arriva la parte interessante. I CFC cominciarono a diffondersi negli anni Cinquanta per poi esplodere nel decennio successivo, ma non furono i primi a colpire l’ozono. Prima di loro c’era già il tetracloruro di carbonio, un solvente industriale in circolazione da diversi decenni. E non si tratta di stime campate per aria: oltre ai dati sulla produzione, esistono le testimonianze conservate nella neve compatta in cima alle carote di ghiaccio, capaci di confermare quanto se ne trovava davvero in atmosfera. Nel 1950 questo solvente era da 3 a 4 volte più presente rispetto ai livelli iniziali di CFC.
Un impatto sull’ozono lo aveva di sicuro, ma individuarlo non era affatto banale. I livelli di ozono variano per cause naturali, e parecchie. La formazione dell’ozono dipende dall’incontro tra luce solare e ossigeno, quindi risente del ciclo solare di undici anni. Le eruzioni vulcaniche aggiungono caos chimico al sistema. E siccome questi processi cambiano a quote diverse, guardare soltanto la quantità totale di ozono in una colonna d’atmosfera può nascondere un calo che avviene a un’altitudine precisa.
Come funziona oggi la rilevazione
I satelliti attuali misurano l’ozono separatamente nella bassa, media e alta stratosfera, e le simulazioni al computer aiutano a capire le cause dietro ogni cambiamento. È proprio questa capacità che i ricercatori hanno immaginato di trasferire nel mondo degli anni Cinquanta.
Il team ha fatto girare un modello climatico che include la chimica dell’ozono, alimentandolo con la storia delle emissioni di gas serra, degli inquinanti che danneggiano l’ozono e degli eventi naturali come le eruzioni. Dopo aver impostato lo sfondo con alcune simulazioni a partire dal 1850, hanno lanciato numerose simulazioni dal 1950 in poi, ognuna con condizioni atmosferiche di partenza leggermente diverse, così da ottenere un ventaglio di scenari possibili.
Individuare una tendenza al calo dipende sia dalla forza del segnale sia dal rumore di fondo. La bassa e la media stratosfera reagiscono in modo molto più marcato a fenomeni come le eruzioni vulcaniche, e c’è da fare i conti con l’eruzione del Monte Agung del 1963. L’alta stratosfera invece è molto più stabile, e allo stesso tempo parecchio sensibile agli inquinanti. Gli effetti di questi ultimi sono più forti alle medie e alte latitudini, ma la variabilità tocca il minimo vicino ai tropici. Nel modello, è proprio lì che la tendenza al calo è emersa per prima.
Quando ce ne saremmo accorti
Accendendo questa infrastruttura scientifica moderna nel 1950, il declino dell’ozono sarebbe stato rilevabile, superando la soglia di confidenza statistica del 95 percento, nell’alta stratosfera sopra i tropici intorno al 1957. A quel punto, da metà a due terzi del cloro che divorava l’ozono lassù era ancora tetracloruro di carbonio, non CFC.
Altrove i tempi sarebbero stati più lunghi. Entro il 1976 il calo sarebbe diventato visibile nella bassa stratosfera, Antartide compresa, dove il buco vero e proprio venne scoperto solo un decennio più tardi. In pratica il danno era tecnicamente individuabile molto prima di quando se ne accorsero davvero, il che lascia intendere che si sarebbe potuto intervenire prima e contenere meglio le perdite.
C’è però un risvolto che merita attenzione. Questo tipo di monitoraggio rischia di sparire. Il satellite che oggi misura l’ozono a più quote nella stratosfera è in orbita dal 2004 ed è ben oltre la sua scadenza prevista. La proposta di bilancio della Casa Bianca dello scorso anno ne prevedeva addirittura lo spegnimento. Senza un sostituto, diventerà molto più difficile cogliere i cambiamenti futuri finché sono ancora piccoli.