Rimuovere il bloatware da Android è un desiderio comune a chiunque abbia acceso per la prima volta uno smartphone nuovo, trovandolo già zeppo di applicazioni preinstallate che nessuno ha mai chiesto e che, con i metodi classici, semplicemente non se ne vanno. Il problema è cresciuto negli ultimi anni, complice il fatto che Google ha stretto sempre di più le maglie su Android e che diverse app, quelle bancarie su tutte, storcono il naso davanti a un dispositivo con permessi di root. Affidarsi al root per fare pulizia, insomma, è diventato un percorso complicato e pieno di insidie.
Ecco perché molti utenti stanno tornando a guardare con interesse a Android Debug Bridge, meglio noto come ADB. È uno strumento di debug che offre un’alternativa decisamente più sicura per mettere mano a certe parti del sistema, senza rischiare di trasformare il telefono in un fermacarte. Il guaio, storicamente, è che ADB nella sua forma tradizionale pretende un collegamento fisico a un computer con gli strumenti giusti installati. Una scocciatura non da poco per chi vuole soltanto cancellare qualche app di troppo.
Come funziona Shizuku senza passare dal PC
Qui entra in scena Shizuku, un’app open source nata proprio per aggirare questo ostacolo. In pratica consente ad altri strumenti di accedere a determinate API di sistema senza dover collegare nulla a un PC, e quindi rende possibile il debloating direttamente dal dispositivo. Va detto subito una cosa importante: Shizuku non sostituisce il root vero e proprio. Mentre quest’ultimo garantisce controllo totale e permanente, Shizuku lavora in modo diverso, avviando un server con privilegi elevati che permette ad altre applicazioni di richiamare specifiche API tramite ADB.
Il bello di questo approccio è che elimina i rischi di hard brick tipici del rooting. Chi usa Shizuku, poi, continua a ricevere regolarmente gli aggiornamenti ufficiali del sistema, un vantaggio niente male rispetto ai telefoni rootati. Sui dispositivi con Android 11 o versioni successive si può avviare e autorizzare l’app sfruttando il debug wireless, quindi ancora una volta senza bisogno di un computer. C’è anche un’interfaccia centralizzata che rende la gestione dei permessi ADB molto più comoda dei classici comandi da terminale, e i permessi si possono pure revocare una volta finito.
L’unico vero neo, per chi non ha un dispositivo rootato, è che tocca riconfigurare l’app a ogni riavvio del telefono. Nulla di drammatico, la procedura è rapida e piuttosto intuitiva. Per partire serve attivare le Opzioni sviluppatore, insieme al Debug USB e al Debug wireless, e conviene disattivare l’ottimizzazione della batteria che Android applica in automatico all’app, così il sistema non la chiude in background. Poi basta premere il pulsante di accoppiamento, inserire il codice a sei cifre nel widget di notifica e premere Start.
Canta e gli altri strumenti che sfruttano i permessi
Da sola, però, Shizuku non fa nulla di concreto sul sistema. Il suo compito è solo quello di concedere privilegi elevati ad altre app. L’accoppiata vincente è con Canta, che sfrutta proprio quei permessi di livello ADB per rimuovere le applicazioni di sistema anche sui telefoni non rootati. Una volta installato, va individuato nella lista delle app autorizzate dentro Shizuku e attivato il relativo interruttore.
Un consiglio pratico sulla prudenza da tenere: le app segnalate da Canta come consigliate si possono togliere senza troppi patemi, mentre quelle etichettate come avanzate meritano una ricerca prima di procedere. Le voci contrassegnate come non sicure o sperimentali, invece, è meglio lasciarle stare, per non compromettere il funzionamento del sistema.
Il debloating resta comunque solo uno degli usi possibili. SD Maid, vecchia conoscenza di chi aveva dispositivi rootati, gira benissimo nella versione 2/SE se abbinato a Shizuku. C’è poi aShell You, che permette di lanciare comandi da terminale direttamente dal telefono, e vale una menzione anche Extinguish, che tiene attive certe app, compresa la riproduzione audio di YouTube, anche a schermo spento.