Batterie allo zinco pronte a cambiare le regole del gioco nell’accumulo energetico, almeno stando ai risultati di un test firmato UCLA che parla di sette volte più energia immagazzinata rispetto alle soluzioni oggi in circolazione. Una promessa grossa, che riguarda un settore dove la corsa a sistemi più economici e sicuri va avanti da anni. Qui non si parla di dispositivi da mettere in tasca, ma di qualcosa pensato per un contesto ben preciso, quello delle rinnovabili.
Il punto di partenza è il lavoro di un gruppo di ricerca guidato dalla UCLA, che ha messo a punto una batteria ibrida zinco-ione con un elettrodo stampato in 3D. La stampa 3D di per sé fa notizia fino a un certo punto, ormai. L’aspetto che invece cattura l’attenzione è la capacità di questa unità di accumulare oltre sette volte più carica rispetto a dispositivi simili già disponibili. Un salto niente male, se davvero regge fuori dal laboratorio.
Perché lo zinco può fare la differenza
Chi lavora con solare ed eolico conosce bene il problema: come conservare l’energia prodotta in eccesso per poi rilasciarla in fretta quando serve davvero. Il litio ha dominato la scena finora, ma lo zinco porta con sé qualche vantaggio pratico difficile da ignorare. È circa 100 volte più abbondante, si estrae con meno fatica e si ricicla più facilmente. Numeri che, quando si parla di sistemi di accumulo su larga scala, contano parecchio.
Il dispositivo messo a punto dal team gioca su due tavoli. Da una parte si comporta più o meno come un normale accumulatore agli ioni di litio, dall’altra sfrutta un elettrodo di carbonio che ricorda molto da vicino il funzionamento dei supercondensatori. Argomento tecnico, ma il concetto è semplice: i supercondensatori sono famosi per la ricarica veloce e per la lunga durata nel tempo.
La struttura ad alveare che moltiplica lo spazio
C’è però un limite noto, ovvero che i supercondensatori trattengono energia solo sulla superficie degli elettrodi. Poca roba, se non si trova un modo per aumentare quella superficie. E qui entra in gioco l’idea più curiosa dell’intero progetto. I ricercatori hanno costruito una struttura porosa, simile a un alveare, sfruttando proprio la stampa 3D per riempirla di miliardi di minuscole cavità interne.
Il risultato è di quelli che fanno alzare il sopracciglio. Basta un solo grammo di materiale per coprire, in teoria, circa 10 campi da tennis, se si potesse stenderlo tutto. Una superficie enorme concentrata in pochissimo spazio, che è esattamente ciò che serve per immagazzinare più energia.
Poi c’è la tenuta nel tempo, che spesso è il vero banco di prova per queste tecnologie. Dopo 1.500 cicli di carica e scarica, il dispositivo ha mantenuto l’82% della capacità iniziale. Un dato solido, che tiene in piedi le speranze attorno a questa soluzione. Ora la palla passa ai prossimi studi e agli inevitabili affinamenti, perché tra un test di laboratorio brillante e un prodotto pronto per le reti elettriche di mezzo pianeta la strada resta lunga.