I dati raccolti dalle auto elettriche cinesi sono diventati un tema che fa muovere governi e servizi di intelligence in mezzo mondo. Le vetture moderne, ormai, somigliano più a computer su quattro ruote che a semplici mezzi di trasporto. Telecamere, sensori, radar, sistemi GPS, microfoni e software di bordo lavorano senza sosta, monitorando il veicolo e tutto quello che gli sta intorno. E proprio questa montagna di informazioni ha iniziato a preoccupare diversi addetti ai lavori.
Va detto che questa stessa evoluzione tecnologica ha spinto il successo delle case automobilistiche cinesi, capaci negli ultimi anni di conquistare fette di mercato sempre più ampie con modelli avanzati e prezzi competitivi. Marchi come BYD, Geely e Xpeng stanno integrando intelligenza artificiale, assistenti vocali e funzioni di guida semi autonoma. Tutte cose che, per funzionare, hanno bisogno di raccogliere dati in modo costante.
Il punto, però, non è più solo l’innovazione. Sempre più governi occidentali si chiedono chi controlli davvero queste informazioni e quali garanzie esistano per evitare un uso scorretto. Una domanda che diventa pesante man mano che le auto elettriche cinesi allargano la loro presenza sui mercati internazionali, trasformandosi non solo in prodotti industriali ma anche in piattaforme digitali in grado di raccogliere dati su milioni di automobilisti.
L’allarme sulle auto cinesi è davvero fondato?
A rilanciare la questione, nelle scorse settimane, è stata un’analisi che ha messo in fila le preoccupazioni di numerosi esperti di sicurezza ed ex funzionari dell’intelligence australiana, alleata storica dei servizi occidentali. Secondo Simeon Gilding, ex direttore generale dell’Australian Signals Directorate, le moderne auto elettriche generano una quantità enorme di dati legati alla posizione, allo stato del veicolo, alle batterie, ai percorsi e perfino ai dispositivi collegati all’auto.
Il timore è che tutte queste informazioni possano trasformarsi in una risorsa strategica, qualora fossero accessibili a governi stranieri. In Australia, per dare un’idea, l’80% delle auto elettriche vendute è prodotto in Cina, e molti costruttori stanno accelerando l’integrazione di sistemi di intelligenza artificiale sviluppati da aziende tecnologiche cinesi.
BYD e Geely, ad esempio, stanno lavorando con DeepSeek per nuove funzioni digitali, mentre altri gruppi collaborano con Huawei e Alibaba. “Non esiste più una distinzione tra azienda tecnologica e casa automobilistica”, ha spiegato Stephen Ma, responsabile di Nissan Motor China. Una trasformazione che porta il tema dei dati al centro anche del lavoro delle agenzie di intelligence, chiamate a valutare i rischi di veicoli sempre connessi alla rete.
Il dibattito che scuote gli Stati Uniti
Le preoccupazioni non si fermano all’Australia. Negli Stati Uniti la discussione è ormai salita ai livelli più alti delle istituzioni. Washington ha introdotto nuove restrizioni sul software e sulle tecnologie cinesi usate nelle auto connesse, convinta che i veicoli moderni possano diventare un rischio per la sicurezza nazionale.
In passato l’allora segretaria al Commercio Gina Raimondo aveva definito queste vetture “smartphone su ruote”, proprio per sottolineare la loro capacità di raccogliere dati sensibili e di comunicare di continuo con server esterni. Il timore più estremo, evocato da diversi esperti, è che un accesso remoto ai sistemi possa permettere non solo di acquisire informazioni, ma anche di interferire con il funzionamento dei veicoli.
Lo stesso tema, curiosamente, era emerso in Cina nel 2021, quando le autorità di Pechino vietarono l’accesso delle Tesla ad alcune installazioni militari, temendo che le telecamere di bordo raccogliessero dati sensibili. Oggi la partita si gioca soprattutto sulla governance delle informazioni. Le intelligence occidentali non dicono che le auto elettriche cinesi siano strumenti di spionaggio, ma ritengono che l’enorme massa di dati prodotta da milioni di veicoli connessi rappresenti una nuova frontiera della sicurezza.