Atlantis – L’impero perduto taglia il traguardo dei 25 anni portandosi dietro lo stesso interrogativo di sempre, quello che ancora oggi divide chi lo ama e chi lo considera un esperimento finito male. Le avventure di Milo Thatch condividono con Il pianeta del tesoro un primato amaro, due flop che hanno chiuso un’epoca dorata della Disney. E allora la domanda resta sul tavolo, fu un coraggioso azzardo o un’opera concepita con troppa leggerezza?
Un film Disney che non somigliava a niente di ciò che c’era prima
Tornare a quel periodo significa immaginare una Disney convinta di non poter sbagliare un colpo. Lo pensavano anche Don Hahn, Gary Trousdale, Kirk Wise e Tab Murphy, gli stessi che avevano firmato Il gobbo di Notre Dame, salutato come l’ennesimo capolavoro di quel Rinascimento Disney partito con La Sirenetta. Tra un taco e un bicchiere di tequila in un ristorante messicano decisero che era il momento di rimettere l’avventura al centro. Atlantide sembrava il soggetto giusto. Un mito che dai tempi dei Dialoghi di Platone aveva nutrito leggende e teorie per secoli, perfetto da saccheggiare. Detto fatto, arrivarono 90 milioni di budget, diventati poi 120 quasi senza pensarci.
La sceneggiatura passò da Joss Whedon a Tab Murphy, che la rimaneggiò pesantemente. Il film doveva aprirsi con una sequenza vichinga, poi si scelse di mostrare direttamente la scomparsa dell’isola, una scena apocalittica che già da sola diceva tutto. Niente musiche, niente canzoni, perché Atlantis – L’impero perduto nasceva come adventure puro, con dentro Jules Verne, Arthur Conan Doyle, H. Rider Haggard e Edgar Rice Burroughs. Le similitudini con Indiana Jones erano evidenti, anche se Milo Thatch era l’esatto opposto dell’eroe di Harrison Ford. Qualcuno ci ha visto pure Stargate, e in effetti Milo è un giovane studioso convinto dell’esistenza di Atlantide, deriso dalla comunità scientifica, con il suo Diario del Vecchio Pastore da inseguire. A dargli l’occasione ci pensa il ricco Preston B. Whitmore, ed eccoci dentro un sottomarino futuristico con un equipaggio sgangherato e indimenticabile.
Troppo diverso da quello che il pubblico cercava davvero
Prima di arrivare alla città sommersa il gruppo deve vedersela con il Leviatano, un mostro meccanico che distrugge il sottomarino e gran parte dell’equipaggio. Due stragi prima di metà film, roba inedita per un Classico Disney. Visivamente il distacco è totale, lo stile di Mike Mignola domina ogni inquadratura, tanto che il fumettista venne arruolato come consulente grafico. Serial anni ’30 e ’40, anime giapponesi, il cinema di Hayao Miyazaki, l’arte déco, Méliès, un calderone pensato per un pubblico under 25 e non certo per i bambini. Atlantide stessa non è una copia della Grecia antica ma un mix tra culture centro e sudamericane, del Pacifico e dell’Asia. Ci vollero 350 animatori e il 35 mm anamorfico, la produzione più complessa mai tentata dalla Disney fino a quel momento.
C’era molto di Don Bluth, capace di trattare i ragazzi con serietà, e non mancavano paura e venature horror. Rourke si rivela il villain insieme a Helga, mosso dalla cupidigia e da uno spirito coloniale. Il film flirta con la filosofia New Age e con quel cinema, alla Balla coi lupi, che aveva ribaltato la visione dell’incontro tra civiltà. Eppure Milo, simpatico e umanissimo, restava un eroe senza vero carisma, una foglia in balia degli eventi. Anche la principessa Kira, per quanto affascinante, non spiccava per complessità. Il villain banale era un difetto già visto in Tarzan e si sarebbe ripetuto ne Il pianeta del Tesoro.
Forse Atlantis – L’impero perduto scommise troppo sul pubblico adulto, con l’azione che esplodeva solo nel finale e ai più piccoli sembrava persino noioso. Eppure il giudizio resta largamente positivo per l’audacia dell’operazione. Poche settimane prima Shrek aveva demolito quel mondo vecchio, e la generazione Millennial chiedeva personaggi stratificati, storie nuove, qualcosa che non fosse il solito mito riscaldato. Il fiasco fu pesante, parchi e merchandising non partirono nemmeno, stessa sorte toccata a Le follie dell’Imperatore. A 25 anni di distanza, guardando come James Cameron abbia recuperato molte di quelle idee, viene da pensare che il film ebbe semplicemente la sfortuna di uscire nel momento sbagliato, incapace di trovare il suo posto in un mercato che aveva cambiato completamente profondità.