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Artemis III cambia missione: Orion e lander in orbita terrestre

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Per anni Artemis III è stata la missione con cui la NASA contava di riportare l’umanità sulla superficie della Luna. Ora non sarà più così. Dopo il sorvolo riuscito di Artemis II ad aprile, il programma ha cambiato calendario e il ritorno sul suolo lunare slitta, stando agli annunci più recenti, al 2028. Nel 2027 la nuova Artemis III avrà quindi un compito meno spettacolare ma difficilmente rinunciabile. Dovrà verificare in orbita terrestre che la capsula Orion sia in grado di incontrare e operare in sicurezza con i sistemi commerciali di allunaggio di SpaceX e Blue Origin, prima di ripetere le stesse manovre attorno alla Luna.

A spiegare cosa verrà messo davvero alla prova è Barbara Cohen, scienziata del progetto Artemis III. Orion partirà con un equipaggio a bordo e le due aziende che stanno costruendo i moduli di atterraggio invieranno ciascuna una versione di prova del proprio veicolo in orbita terrestre. Questi modelli si avvicineranno alla capsula per dimostrare che l’aggancio potrà avvenire senza rischi anche in orbita lunare.

La prova generale prima dell’allunaggio

Per Cohen si tratta di una sorta di esame finale prima del grande viaggio. Oltre a confermare che l’architettura regga senza guasti capaci di compromettere le missioni successive, il volo servirà a provare le procedure necessarie quando i prossimi equipaggi cominceranno a riportare a Terra i campioni lunari. Il problema è che le rocce cambiano non appena vengono tolte dal loro ambiente naturale. L’obiettivo è fare in modo che si alterino il meno possibile, così da permettere agli scienziati di studiarle senza perdere informazioni lungo il tragitto.

Per capire cosa succede passo dopo passo, gli astronauti dispiegheranno dei materiali testimone. Si tratta di frammenti di alluminio, di teflon e forse di ceramica, superfici pulitissime e minuscole, grandi più o meno quanto una moneta. Verranno aperti ed esposti all’aria della cabina per tutto il volo, offrendo un’idea concreta di come la presenza umana modifichi l’ambiente circostante.

Sensori ovunque ma l’occhio umano resta insostituibile

Di recente la NASA ha pubblicato quasi 1 TB di dati etichettati prodotti dall’equipaggio di Artemis II. Dentro ci sono informazioni sui crateri e sul terminatore lunare, conversazioni in cui gli astronauti descrivono ciò che osservano e perfino fotografie scattate con fotocamere Nikon di cinque impatti di micrometeoriti sul lato nascosto del satellite. Una mole di materiale che aiuta a capire una caratteristica precisa del programma Artemis. La scienza fa parte del volo ma non ne è la ragione principale. Come chiarisce Cohen, queste non sono missioni scientifiche ma di esplorazione, nate per lo sviluppo tecnologico e per ispirare, e i ricercatori cercano di ricavarne tutta la conoscenza possibile approfittando di un’occasione unica.

Rispetto all’epoca Apollo oggi esistono orbiter, telecamere e sistemi robotici capaci di registrare la superficie con enorme precisione. Eppure per fare semplici foto bastano i robot, che lo fanno di continuo. Gli esseri umani danno il meglio quando osservano una scena ampia, si avvicinano in modo naturale a un dettaglio e poi provano a interpretarlo per decidere il passo successivo. Artemis II ha insegnato molto su come addestrare l’equipaggio e coinvolgerlo nelle osservazioni, e per la prima volta un ufficiale scientifico ha parlato direttamente con gli astronauti durante il volo. Una novità che verrà estesa ad Artemis III e alle missioni seguenti.

Le cicatrici che la Terra ha cancellato

Le missioni successive dovranno scegliere dove fermarsi e cosa riportare indietro. Cohen ha un interesse preciso, cioè stabilire l’età dei crateri lunari. La Luna ne è talmente coperta da essere definita satura, con ogni nuovo cratere che si forma sopra un altro. Il nostro pianeta riceve addirittura più impatti, ma acqua, erosione e movimento dei continenti hanno cancellato le tracce. Per sapere cosa colpiva la Terra in passato bisogna andare sulla Luna.

Il riferimento è a un periodo molto antico, tra 4,5 e 4 miliardi di anni fa, quando il sistema solare era caotico e si formavano crateri grandi come continenti. Sulla Terra non sopravvivono rocce di quell’epoca, mentre sulla Luna quella memoria è intatta e potrebbe raccontare come è nata la vita e come si spostava la materia. Tra queste testimonianze c’è il bacino Polo Sud Aitken, sul lato nascosto, esteso verso la regione polare dove opereranno le future missioni. Cohen spera che gli astronauti possano raccoglierne dei frammenti per capire quando si è formato e cosa accadeva allora nel sistema solare. Se il calendario verrà rispettato, Artemis III volerà attorno alla Terra nel 2027 e il primo allunaggio arriverà nel 2028.

Fonte: TecnoAndroid

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