In questo articolo Indice dei contenuti 3 sezioni
La US Air Force ha completato con successo un test in volo in cui un pilota di F22 Raptor ha guidato un drone gregario durante un combattimento simulato. Il velivolo senza equipaggio coinvolto è l’Anduril YFQ 44A Fury. Il funzionamento è abbastanza lineare, almeno sulla carta. Il pilota del caccia impartisce ordini tattici e il drone li interpreta da solo, trasformandoli in una serie di compiti e manovre di volo pensate per ottenere il risultato richiesto. Non c’è quindi nessuno che lo piloti a distanza nel senso classico del termine, perché il Fury ragiona sulle istruzioni ricevute e agisce di conseguenza.
F-22 Raptor: perché il drone deve cavarsela da solo
La prova fa parte del programma Collaborative Combat Aircraft, noto come CCA, con cui l’aeronautica statunitense punta a inserire i droni all’interno degli squadroni di caccia. L’idea però funziona solo se questi aerei senza pilota sono in grado di rispondere ai comandi tattici e poi muoversi in autonomia. Il motivo è semplice. Chi siede nella cabina di un caccia ha già un carico di lavoro enorme, perché deve pilotare il proprio aereo, gestire i dati dei sensori, valutare le minacce e decidere quando sganciare le armi. Chiedergli di governare manualmente anche un drone sarebbe praticamente impossibile.
Con l’integrazione dei comandi il pilota di F22 Raptor può invece affidare al Fury un incarico preciso, come sorvegliare e colpire le difese aeree nemiche, mentre lui si concentra sulla missione principale, per esempio abbattere i caccia avversari. In pratica il drone gregario si comporta come un compagno di squadra a cui delegare una parte del lavoro, senza che questo pesi sull’attenzione di chi sta in cabina.
La strada verso l’operatività è ancora lunga
Il buon esito del test non significa che la US Air Force sia pronta a schierare droni accanto ai jet negli squadroni di prima linea. L’integrazione dei comandi è soltanto il primo di diversi ostacoli che il programma dovrà superare prima di diventare operativo. Bisogna ancora stabilire i limiti della autonomia tattica del drone, il controllo di volo in sicurezza e l’autorizzazione all’uso delle armi. Si tratta di funzioni distinte, e ciascuna andrà verificata con prove specifiche.
C’è poi il capitolo delle interferenze elettroniche. L’aeronautica deve capire come si comporta il drone quando il segnale viene disturbato e come potrebbe continuare a operare se le comunicazioni si interrompono e le istruzioni non arrivano più. Oltre a definire le capacità del velivolo e a inserirlo nella dottrina dei caccia, servirà anche integrarlo nella catena logistica e di approvvigionamento della USAF. Il che vuol dire occuparsi di manutenzione e assistenza, gestione delle armi, procedure di schieramento e operazioni da basi avanzate con infrastrutture limitate.
Un moltiplicatore di forza per i caccia
Nonostante il successo apparente dell’ultima prova, il Collaborative Combat Aircraft ha davanti a sé ancora parecchia strada prima dello schieramento operativo. L’aeronautica statunitense sembra comunque decisa ad andare avanti, perché vede nei droni autonomi un moltiplicatore di forza per gli aerei con equipaggio. Un singolo pilota potrebbe infatti comandare più velivoli insieme e portare a termine le missioni a un costo inferiore rispetto a una formazione composta interamente da aerei con piloti a bordo.
Anche altri Paesi, come la Svezia e la Cina, stanno sperimentando un concetto simile, con un unico operatore incaricato di guidare più droni. La differenza più rilevante del programma statunitense è che si concentra sulla potenza aerea anziché sulle operazioni a terra.
Fonte: TecnoAndroid


