C’è stato un periodo storico in cui per andare nello spazio non servivano processori capaci di milioni di operazioni al secondo. La missione Apollo 11 lo ha dimostrato nel modo più clamoroso possibile: con un ingegno puro che riuscì a compensare limiti tecnici talmente estremi da alimentare, ancora oggi, le tesi complottistiche di chi non riesce a crederci. Ecco, per chi ha sempre voluto capire come sia stato davvero possibile, adesso c’è una risposta concreta e consultabile da chiunque. Il codice sorgente originale che ha permesso ad Apollo 11 di atterrare sulla Luna è stato pubblicato su GitHub, in forma completamente gratuita e aperta.
Questo risultato è frutto di una collaborazione tra il progetto Virtual AGC e il Museo del MIT. I due programmi resi disponibili si chiamano Comanche055 e Luminary099, e rappresentano il cuore del software che ha guidato Neil Armstrong e Buzz Aldrin durante il viaggio verso la superficie lunare. Sono ora di dominio pubblico, il che significa che chiunque, dallo studente di informatica al semplice appassionato di storia spaziale, può esplorare le righe di comando che hanno reso possibile quel momento epocale. Parliamo di codice reale, quello effettivamente eseguito dal computer di bordo durante la missione Apollo 11.
Un computer di bordo con meno memoria di una foto scattata oggi
Uno degli aspetti più sorprendenti che emerge dall’analisi dei file riguarda la gestione delle risorse. Il computer di bordo della missione, chiamato AGC (Apollo Guidance Computer), operava con appena 3.840 byte di memoria RAM e circa 69 chilobyte di archiviazione totale. Per capire la scala di questi numeri, basta pensare che una singola fotografia scattata con uno smartphone moderno occupa migliaia di volte lo spazio che all’epoca serviva per gestire l’intera navigazione lunare. Eppure quel software ha funzionato, portando due esseri umani sulla Luna e riportandoli a casa.
Dal punto di vista fisico, la macchina non era esattamente tascabile ma nemmeno enorme: pesava poco meno di 32 chilogrammi e aveva dimensioni di 61 per 31 centimetri, più o meno lo spazio occupato da un moderno PC da gaming. Una scatola metallica con dentro abbastanza intelligenza da attraversare lo spazio e calcolare traiettorie di allunaggio, costruita in un’epoca in cui la potenza di calcolo disponibile era ridicola rispetto a quella che oggi portiamo in tasca senza pensarci.